Professione: cavia umana
Una ricerca lancia l’allarme in Ticino: in molti si sottopongono ai test volontari regolarmente, forse per rispondere ad un problema economico. Tra questi potrebbero esserci molti italiani
Forse sarà l’effetto di una fase economica sempre più difficile, o forse la semplice irresponsabilità dei soggetti in questione. Fatto sta che in Canton Ticino da tempo si è affermata una nuova professione: la cavia umana. E i “professionisti” del mestiere sono almeno 192. È questo il risultato piuttosto allarmante della ricerca di Giovan Maria Zanini, del Dipartimento della Salute del Canton Ticino, e di Claudio Marone, dell’Ospedale Regionale di Bellinzona e Valli. Ricerca pubblicata sulla rivista Swiss Medical Weekly proprio in questi giorni.
I ricercatori si sono basati sull’analisi del Registro dei Volontari Sani, un sistema imposto oltreconfine nel 2000, proprio per regolarizzare lo spinoso problema degli esperimenti sull’uomo. Molte aziende farmaceutiche svizzere, infatti, devono necessariamente attuare una sperimentazione diretta dei loro farmaci (in genere antinfiammatori e antidepressivi), e lo fanno su volontari retribuiti. Ma da cinque anni fa a questa parte qualsiasi volontario deve essere segnalato al registro, per fare in modo che nessuno si sottoponga a più di un trattamento alla volta, e soprattutto che ci sia un lasso di tempo di almeno tre mesi tra un trattamento e l’altro.
Solo in questo modo, infatti, sembrava possibile evitare la nascita delle “cavie di professione”. E così, in effetti, è stato nella maggior parte dei casi: i dati dei primi tre anni di sperimentazione del Registro, infatti, rivelano che l’82,4% degli 11.436 volontari che si sono sottoposti alla sperimentazione l’ha fatto per una volta sola. Ma a fronte di questa grande maggioranza si sono distinti 192 volontari, che hanno sfruttato al massimo la flessibilità della legge. Questi soggetti, infatti, sono arrivati anche a sottoporsi ad 8 esperimenti in tre anni. Questo significa che c’è stata una vera e propria pianificazione: allo scadere dei tre mesi i soggetti avevano individuato studi in altre ditte, quando quelle con cui “lavoravano” non ne offrivano in tempo utile.
Addirittura tre soggetti hanno provato a partecipare ai test prima dello scadere dei tre mesi, fornendo una falsa identità. Questi, però, sono stati identificati e messi al bando definitivamente dal Registro.
Ma perché queste persone sottopongono la loro salute a questi test? Secondo i ricercatori, nella grandissima maggioranza dei casi, il termine volontarismo “nasconde un certo grado di ipocrisia, dato che il compenso economico è indicato come l’incentivo principale”. Il sospetto è che i soggetti che sfruttano al massimo i limiti di legge lo facciano per rispondere ad un problema economico importante. In genere, infatti, si sottopongono più assiduamente alle analisi uomini e donne di mezza età, non i giovani. Gli studenti universitari sono in gran numero, ma in genere si sottopongono alle sperimentazioni solo una volta, per rispondere ad una esigenza occasionale.
Alcuni volontari hanno affermato volontariamente di considerare questi meccanismi come un vero e proprio lavoro, o comunque di sottoporsi alle analisi per rispondere ad una esigenza economica. Secondo alcuni dati diffusi tre anni fa, i compensi per queste analisi variano da un minimo di 600 franchi ad un massimo di 1.500 franchi. Il sistema svizzero vieta ai disoccupati di partecipare ai test, ma non fa differenza tra più e meno abbienti. Diversamente accade in Francia, dove l’unico criterio attuato è proprio quello di distinzione sociale. I più poveri hanno più ostacoli, perché è maggiore il rischio di intendere questa occasione come un mestiere.
È difficile pensare che l’allarme lanciato da questa ricerca riguardi solo i cittadini svizzeri: quattro anni fa un’altra indagine aveva rivelato che più dell’80% dei volontari sani era italiano. Si trattava, infatti, di “cavie frontaliere”, in genere giovani o impiegati comaschi e varesotti. Proprio sull’onda di questo allarme era stato creato il Registro, che tuttavia non regola l’accesso in base alla nazionalità.
Sulla base di queste ultime ricerche il Comitato Etico creato per vegliare su questo problema ha dichiarato di voler proseguire le indagini, per assicurarsi che i volontari assidui non si stiano prestando agli studi sotto una forma di coercizione, determinata da problemi economici.
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