Lavanderie, è tutta questione di “etichetta”

Il presidente della categoria spiega come funziona l'accordo che butta acqua sulle diatribe

Quando la giacca di pelle o la gonna di seta escono dalla tintoria pronte per il sacco della spazzatura la colpa di chi è? E soprattutto, qual è il giusto rimborso che il danneggiato può chiedere? Risposte non semplici, diatribe lunghe e in alcuni casi complesse. Perché? Perché stabilire quanto vale un capo, usato anche se seminuovo, non è semplice. Come spiega Stefano Locorotondo, presidente regionale e vicepresidente nazionale di Confartigianato per la categoria pulitintolavanderie e referente dell’Associazione Artigiani della Provincia di Varese
Lo spunto per parlare della questione viene da un accordo siglato poche settimane fa da Associazioni Artigiani, Cna, Acai e da Adiconsum, Adoc, Casa del Consumatore, Federconsumatori, Movimento Consumatori. Iniziativa promossa dalla Camera di Commercio di Varese.

La firma è stata posta sotto la “tabella di deprezzamento” un documento finora unico in Italia, che garantisce la possibilità per le imprese e per i consumatori di avere certezza sui valori minimi e massimi di risarcimento in caso di danneggiamento dei capi in lavanderia.
«E’ un passo avanti notevole per chi gestisce la lavanderie e per i clienti – spiega Locorotondo – Qualche errore, quando si lavora, va messo in conto, ma stabilire poi qual è la cifra giusta per un risarcimento non è facile. Spesso, se non si trova un accordo, bisogna ricorrere alla conciliazione o al giudice di pace. Il che significa chiedere una perizia, lunghe attese, costi che si aggiungono a costi: ora non sarà più così».
Vero è che, per fortuna, le conciliazioni non sono moltissime, una decina l’anno, ma le contestazioni molte di più.

«Dopo la firma dell’accordo accadrà questo: tutte le lavanderie che aderiscono all’iniziativa dovranno esporre la tabella di deprezzamento che contiene appunto le cifre fissate per i rimborsi di capi rovinati. Se il cliente dimostra che il capo è stato rovinato basta ricorrere alla tabella e stabilire di quanto deve essere il risarcimento».
E gli esercenti che invece non intendono “collaborare”? «Allora: prima di tutto diciamo che è meglio diffidare da chi si dimostra ostile nei confronti di questa iniziativa che nasce con lo scopo di agevolare il lavoro delle lavanderie e non certo di ostacolarlo. Secondo: le tabelle sono fissate e a quelle si fa riferimento in caso di contenzioso, che piaccia o no. Se ne avranno solo vantaggi».
Pare di capire che il lavoro delle lavanderie stia cambiando e che si stiano facendo passi verso una professionalità più “controllata”: «Non c’è ombra di dubbio – risponde il presidente Locorotondo – e lo dimostra anche la nuova legge approvata dopo vent’anni di attesa. Questa legge mette la parola fine all’improvvisazione di chi, finora, poteva aprire un’attività di lavanderia senza alcuna competenza specifica. Le nuove norme prevedono infatti un iter formativo molto accurato, con corsi di formazione che saranno istituiti dalle Regioni, ad esempio sulla composizione dei tessuti, sui macchinari utilizzati, sulle norme in materia di igiene e tutela ambientale».
Resta solo un passaggio, secondo Locorotondo, un salto di qualità che deve fare il cliente: «Non esistono lavanderie che svolgono la loro attività per beneficenza: si paga in proporzione alla prestazione. Prezzi troppo bassi non possono essere garanzia di una lavoro di alta qualità. Tre sono le categorie in cui si possono dividere le tintorie: monoprezzo, rapido e tradizionale. Si potessero mettere le stelle come quelle degli alberghi, il cliente capirebbe che il monoprezzo non potrà mai garantire la stessa accuratezza di un servizio tradizionale». Che le stelle fuori dai negozi siano il prossimo passo?



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Pubblicato il 13 Aprile 2006
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