Marino Vago: «Abbiamo avuto il coraggio di guardare i numeri»
Giunto a metà del suo mandato il vice presidente di Confindustria fa il punto della situazione
Nell’ultima visita alle Ville Ponti, Luca Cordero di Montezemolo lo aveva elogiato pubblicamente per il suo lavoro all’interno di Confindustria. Marino Vago, vice presidente per l’organizzazione e il marketing, "al giro di boa" del suo mandato si dice soddisfatto per quanto realizzato fino a questo momento. «Dal punto di vista della riorganizzazione ho introdotto un nuovo sistema di finanziamento più equo e trasparente, dove Confindustria corre gli stessi rischi di mercato delle associazioni federate. Dal punto di vista del marketing abbiamo raggiunto quota 123 mila aziende associate per quattro milioni e mezzo di addetti. Due piccole soddisfazioni».
In questi giorni Raffaele Bonanni, in occasione della sua elezione a segretario generale della Cisl, ha dichiarato che le richieste di Confindustria riguardo alla legge 30 sono da accogliere e che quella riforma va solo migliorata. Un bel segnale per voi.
«In questi mesi e in passato ho ascoltato più volte qualcuno che si allineava sulle nostre posizioni. Questa è una cosa che in genere mi preoccupa, perché poi si viene tirati per la giacca da una parte e dall’altra. Io penso che Confindustria debba mettere la barra dritta al centro e che non bisogna annullare cio’ che di buono ha fatto il precedente governo. Quella proposta ha un senso e non mi sorprende che venga dalla Cisl, perché è un sindacato che ha nell’autonomia dalla politica una delle sue caratteristiche più spiccate».
Perché in questi anni c’è stata una contrapposizione così forte sul costo del lavoro, che poi si è dimostrato essere un falso problema?
«La contrapposizione tra le parti spesso porta a prendere posizioni indipendentemente dalla realtà produttiva ed economica. Prima bisogna rendere il Paese e il sistema competitivi, ricominciare a crescere e poi discutere come dividersi la torta. Bisognava avere il coraggio di guardare i numeri e Confindustria lo ha fatto. Ci siamo confrontati con i Paesi dell’Unione e ci siamo posti delle domande. In un periodo di crisi generale se la Germania cresce poco ma cresce vuol dire che qualcosa non va all’interno del nostro Paese».
I paesi emergenti, India e Cina in particolare, vengono visti o come un pericolo o come un’opportunità. Qualcuno parla di Mediterraneo come porta per questi nuovi mercati. Lei cosa ne pensa?
«Penso che siano l’una e l’altra cosa. Io però partirei dalla prospettiva del consumatore che ha dei diritti, elemento fondamentale in questo discorso. Un consumatore sceglie un prodotto in funzione di alcune caratteristiche, compresa la trasparenza del prodotto stesso. Alcune iniziative sulla tracciabilità mirano ad affermare proprio questo principio. Sono aspetti che disturbano i paesi che sono scorretti nel loro modo di commerciare. E la risposta dei dazi non è sufficiente, occorre qualcosa di più forte, un discorso molto più alto. Le faccio un esempio: se la Cina immette sul mercato 3 milioni di slip per signora a 100 lire l’uno e io applico un dazio del 100 per cento , portando così il prezzo a 200 lire, non ho risolto il problema».
Quindi quale potrebbe essere la soluzione?
«L’introduzione e il rispetto delle quote, sviluppare una competizione basata sulla qualità. L’Italia e Varese in particolare possono competere perché anche nel settore tessile ci sono aziende con ottimi numeri, che vantano risultati operativi degni di rispetto pur in una contingenza generale negativa. Nell’ultimo anno l’export nella nostra provincia è aumentato in maniera sensibile.
Insomma le regole, il loro rispetto e la trasparenza nei confronti del consumatore, che deve essere messo in grado di scegliere, sono aspetti fondamentali. Negli Usa questo meccanismo è molto chiaro: esiste la maglietta griffata a 300 dollari, con certe caratteristiche, ed esiste il capo prodotto in Thailandia che ne costa 15 e il consumatore sa che cosa sta comprando».
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