Pastorin, grido di dolore per il calcio tradito

Il grande giornalista sportivo, ospite ai Giardini estensi, chiede che si vada fino in fondo nello scandalo Moggiopoli. «Trovare la verità senza fretta»

Da Omar Sivori alle tattiche da calciobalilla, dalla Nazionale fresca campione del mondo alle miserie di Moggiopoli. E’ stato un Darwin Pastorin a tutto campo quello andato in onda ieri sera, non sugli schermi di La7, ma nella cornice dei Giardini estensi, ospite di una delle serate giornalistiche organizzate da Gianluigi Paragone, direttore del quotidiano “la Padania”.

L’incontro è stato l’occasione per parlare di calcio in modo diverso, guardando al mondo del pallone da un’angolazione differente rispetto alla vulgata dominante, al dibattito da bar sport che troppo spesso inchioda il livello della discussione ai minimi termini. Con Darwin Pastorin invece è diverso. Di origini brasiliane, dal Sudamerica ha preso quell’idea del calcio come metafora della vita per cui il pallone non può essere considerato una cosa a sé, un semplice sport sganciato da tutto il resto. Sulla scia di Osvaldo Soriano e di altri grandi scrittori sudamericani, Pastorin considera il calcio una straordinaria metafora dell’anima di un Paese, la proiezione sul campo di gioco delle sue cultura e tradizioni.
E l’Italia campione del mondo non fa eccezione. E’ tipicamente italiano, infatti, trovare il guizzo vincente nei momenti di difficoltà. «La Nazionale azzurra ha vinto il mondiale più difficile con la squadra meno competitiva degli ultimi anni – afferma Pastorin – nel momento più basso del calcio italiano per etica e moralità i giocatori hanno saputo trovare dentro di sé quella grinta e quelle motivazioni che li hanno portati a conquistare la Coppa del mondo».

Inevitabile, quindi, il riferimento allo scandalo che ha sconvolto il nostro calcio. «Il problema nasce con i diritti televisivi, che hanno spaccato in due il campionato. Essi coprono l’80 % dei bilanci delle società., una cifra che tuttavia non basta a pagare i salari dei giocatori – continua Pastorin – le società navigano così nell’oro falso, perché il calcio ha ormai raggiunto dei costi esasperati». Un meccanismo perverso, che porta a volere vincere tutto e subito anche a discapito delle regole. Una smania di potere che corrode inesorabilmente i principi di lealtà ed onestà alla base di ogni sport. «Il potere è un gioco morboso che ti spinge e a volere sempre di più – afferma il neodirettore della redazione sportiva di La7 – l’esempio della Juventus è esemplare: schierava otto giocatori nella finale dell’ultimo Mondiale, eppure i suoi dirigenti hanno dato vita a quel sistema di potere che oggi tutti conosciamo».

Già la Juventus, il grande amore di Darwin. Un’attrazione fatale, come normale tra due opposti che si cercano. Da una parte la Signora, il fiore all’occhiello della dinastia Agnelli simbolo della Torino bene, dall’altra il militante comunista affascinato dalla grandezza bianconera e da quello che fino a pochi mesi fa veniva orgogliosamente definito lo “stile Juve”. «Sono sempre stato garantista e rispetto il verdetto dei giudici – chiarisce Pastorin – ma i trenta punti di penalizzazione sono una beffa, allora tanto valeva mandare la squadra direttamente in C. Trovo che questa sentenza risenta un po’ della fretta di arrivare ad una conclusione imposta dall’Uefa per l’iscrizione delle squadre alle coppe europee, ma un giusto processo non si fa con la data di scadenza. In questa brutta storia la verità va ancora trovata, ed i giudici devono lavorarci senza fretta. Devono farlo per il bene del calcio e per tutti quei bambini, l’unico vero futuro di questo sport, che oggi hanno strappato dalle pareti i poster dei loro idoli perché si sentono traditi».

Ripartire dai bambini dunque, dalla loro innocenza e dal loro sorriso. «Occorre una rieducazione del calcio a partire dalle famiglie – afferma Pastorin – bisogna riportare i bambini allo stadio, cosa oggi impossibile, perché gli stadi sono posti cari e pericolosi, con le curve a 50 euro ed il rischio di incidenti». Occorre dunque voltare pagina, questa volta sul serio però. «Anche dopo lo scandalo scommesse del 1980 tutti dicevano “mai più”, eppure oggi siamo di fronte a qualcosa di ancora più grosso: il calcio italiano, se non vuole correre il rischio di diventare il secondo o terzo sport del paese, questa volta deve cambiare sul serio».

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Pubblicato il 18 Luglio 2006
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