La stella che non c’è
Uno straordinario Castellitto e un'incantevole Tai Ling nel film di Gianni Amelio che racconta i cambiamenti della Cina, che sono anche i nostri
Straordinari i due protagonisti. Delicato il racconto di una Cina dai mille volti. Un film che si svolge su piani diversi, ma che si mescolano con maestria. Il viaggio, l’identità, lo sviluppo vertiginoso di una nazione di un miliardo e trecento milioni di persone, l’amore, l’etica del lavoro sono gli ingredienti di una storia difficile, ma che Amelio ha saputo raccontare bene.
Vincenzo Buonavolontà ha lavorato per venticinque anni in quell’altoforno che i cinesi si sono comprati e che, secondo lui, ha un difetto. La sua professionalità gli permette di realizzare il pezzo da sostituire, ma il responsabile di quella delegazione non lo ascolta e così a lui non resta che partire alla ricerca della fabbrica che utilizzerà l’altoforno.
Un viaggio in Cina in cui ritroverà quasi subito Liu Hua. La giovane interprete conosciuta in Italia decide di accompagnarlo. Tra i due nasce un rapporto difficile ma dolcissimo. L’impresa di trovare quella fabbrica si rivelerà una vera avventura e la ricerca porterà i due a percorrere in lungo e in largo il paese.
Gianni Amelio, senza mai esprimere giudizi racconta con delicatezza tutto lo straordinario sviluppo cinese. Mostra le sue contraddizioni con le città dai mille grattacieli e le campagne abbandonate. Con uno sviluppo che convive con un’arretratezza e problematiche sociali terribili come quelle dello sfruttamento dei bambini. Fa tutto questo però mantenendo in primo piano i due protagonisti. Un primo piano che è reso evidente anche dall’uso della macchina da presa che insiste quasi ossessivamente sui volti di un magnifico Castellitto e una incantevole Tai Ling.
Vincenzo, con i suoi problemi, il suo esasperante nervosismo racchiude uno spaccato di un mondo che sta scomparendo. La sua professionalità che lo ha reso protagonista di un pezzo della storia industriale non serve più. Ma la sua creatività si salda all’orgoglio per quell’identità e non può accettare che chi lavorerà al suo posto rischi la vita. Il suo viaggio da questo punto di vista sarà inutile. Non lo è invece per una ricerca dentro se stesso. Castellitto sorride poco, ma quando lo fa diventa più bello, più dolce, addirittura più giovane. Le poche parole di Liu gli permettono di scoprire un mondo sconosciuto, a tratti inquietante, ma anche denso di valori. Una visuale diversa da quella a cui siamo abituati e in cui noi italiani siamo sempre il centro del mondo. Belle le due battute all’inizio del film quando i cinesi parlano del Colosseo e quando invece in Cina in un dialogo si chiedono se gli italiani sono irakeni. C’è tutta la distanza con una vecchia idea eurocentrica.
La grandezza maggiore di Amelio sta nell’aver deciso di raccontare la storia dei due protagonisti, che diventa d’amore pur nella distanza fisica che tra i due rimane fino alla fine del film, senza farlo mai scivolare in facile sentimentalismo. Il film è asciutto, un po’ lento forse, ma non cede alla tentazione di spiegare niente. Amelio dimostra una grande considerazione per gli spettatori pur sapendo che senza una certa conoscenza del “secolo cinese” faranno una maggiore fatica a gustare tanti passaggi. La bellezza del film però sta anche lì. Non ha mai una pretesa pedagogica o ideologica. È un film che mette in scena spaccati di vita importanti, ma restano le singole vite le protagoniste.
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