Il Tibet fra genocidio culturale e speranze di pace e libertà

Jetsun Pema, sorella del Dalai Lama, racconta il dramma del Tibet e l'impegno per i bambini degli esuli durante l'incontro organizzato dall'associazione Il Prisma

La tragedia del popolo tibetano, sradicato e sommerso dall’ondata cinese, si consuma giorno per giorno nel silenzio e nella sostanziale indifferenza del mondo. Presto del Tibet si parlerà al passato come delle nazioni pellirosse travolte dall’avanzata degli Stati Uniti nell’Ottocento; non fosse che a Dharamsala, in India, sopravvive tenacemente una comunità nazionale in esilio, forte di 130mila persone, organizzata con tanto di istruzione superiore, e cui manca solo l’università. Quel focolare himalaiano è l’ultima patria dei tibetani: lì vive Sua Santità il Dalai Lama Tenzin Gyatso, suprema autorità spirituale e un tempo anche civile del Tibet. Da lassù è giunta a Castellanza Jetsun Pema (foto), sorella di Sua Santità, invitata dall’associazione culturale "Il Prisma" per raccontare al pubblico strabocchevole che rimpieva la sala Cesil di quanto dolore è seminata la strada dell’esilio, e come sa di sale il pane in terra straniera – ma anche quanta speranza vi sia negli occhi di un bambino.

La causa tibetana è molto meno nota e pubblicizzata di quella, più visibile, dei palestinesi: ma l’oppressione subita dal Tibet fa impallidire quella della Palestina. Un milione e duecentomila morti e il 95% del patrimonio storico-artistico tibetano annientato dal 1959 fino ai primi anni Novanta: queste le cifre di un autentico genocidio fisico e culturale, che prosegue oggi in forme più sottili, ma non meno gravi negli esiti ultimi. Il dramma si dipana a partire dal 1950. «Eravamo un Paese libero fin quando i cinesi ci invasero. Pacifici da secoli, isolati, arretrati, ma sereni, nona vevamo esercito. Pensavamo che nessuno volesse aggredirci: sbagliavamo» ammette Jetsun Pema.

Per alcuni anni il giovane Dalai Lama cercò un modus vivendi con i cinesi, ma il popolo soffriva e si ribellava all’invasore. Quello che non viene detto, e che anche il filmato storico presentato sorvola, è che la guerriglia anticinese, nata come spontanea ribellione, fu sostenuta e armata dalla CIA, che arrivò ad addestrare vari uomini negli Stati Uniti, salvo poi tradire i patrioti tibetani quando Kissinger avviò la sua "diplomazia del ping-pong" con la Cina. Nel 1959 Lhasa, la capitale tibetana, insorse contro l’occupante e fu il massacro; il Dalai Lama riuscì a fuggire in India con 80.000 seguaci, mentre sul Tibet calavano le tenebre. Ancora oggi migliaia di tibetani soffrono nelle carceri; il Paese è invaso di immigrati cinesi, un fatto oggi aggravato dalla nuova ed avveniristica ferrovia Pechino-Lhasa («ogni giorno quattromila cinesi arrivano in Tibet; di questi, la metà ci viene per restare»), tanto che Lhasa è per l’80% cinese e in tutto il Tibet a sei milioni di autoctoni si contrappongono 7,5 milioni di cinesi Han. Nel frattempo, orribili crudeltà sono state commesse contro i monaci lamaisti, un tempo signori feudali assoluti del paese; la Rivoluzione culturale ha annientato quasi ogni traccia del passato tranne il Potala, antico palazzo dei Dalai Lama. Ancora oggi, non mancano racconti di aborti forzosi dovuti alla politica cinese del figlio unico, imposta con estrema ferocia anche ai tibetani. Frattanto la lingua tibetana sparisce sotto l’assalto del cinese mandarino, insegnato in tutte le scuole; il Paese soffre per la deforestazione delle sue poche e pregiate aree boschive, il che causa alluvioni a valle in India e Bangladesh, e viene usato come deposito di scorie nucleari, con serie conseguenze.

Eppure gli esiliati, tenaci, non perdono la speranza. «Mio fratello ha proposto una pace duratura sulla base di cinque punti, che tengono pienamente conto delgli interessi cinesi» racconta Jetsun Pema. «La sua è una via moderata, un "sentiero di mezzo", l’unico che può darci la pace e la libertà. Ma il tempo stringe». «Possiamo aspettare, noi» sembrano rispondere i cinesi, tetragoni nel reclamare la sovranità sul Tibet in nome di fumose eredità storiche dell’epoca di Gengis Khan. «La comunità internazionale deve aiutarci, deve parlare di Tibet e diritti umani, perchè tante altre minoranze sono oppresse, quando tratta con la Cina. neppure le ormai prossime Olimpiadi, però, sono state occasione di un dialogo serio in questo campo» lamenta ancora la sorella del Dalai Lama. C’è stato chi, fra il pubblico, ha proposto gesti clamorosi in occasione dei Giochi di Pechino 2008, come una rentrée pubblica del Dalai Lama a Lhasa. «Potrebbero ucciderlo: chi può garantire che non lo farebbero?» ha risposto la signora Pema. L’istituzione lamaista stessa è stata oggetto di "riforma democratica" da parte dell’attuale carica suprema: «Se e solo se i tibetani lo vorranno vi sarà un altro Dalai Lama dopo mio fratello. Spetta al popolo decidere» ha risposto Jetsun Pema ad una osservazione, confermando il passaggio dalla teocrazia assoluta ad una democrazia sempre più piena.

La vera speranza del Tibet, più che l’attuale e relativo "ammorbidimento" del regime cinese, che sente ormai di aver vinto la partita su tutta la linea, sono i bambini degli esuli di Dharamsala, cui Jetsun Pema ha ormai dedicato l’esistenza. Il Tibetan Children’s Village di cui la sorella di Sua Santità si è fatta portatrice, è un’esperienza comunitaria importante, ma precaria e bisognosa dell’aiuto internazionale. Migliaia di piccoli dagli occhi a mandorla vivono in comune e crescono nelle sue scuole, imparando il tibetano, l’hindi, l’inglese, la cultura tibetana e le materie scientifiche; poi passano a scuole superiori. «Ci manca solo l’università» dichiara Jetsun Pema; intanto la cultura patria viene preservata per le prossime generazioni.

A chiusura di questo racconto così aspro e duro, non può essere taciuto che sul Tibet è stata costruita nel tempo un’autentica "leggenda positiva", nascondendo vari lati meno piacevoli. Il Tibet del passato era molto lontano da ogni immagine romantica di Shangri-La o paradiso mistico: non si dice che vi era ancora praticata la schiavitù, o che il 10% della popolazione, composta da monaci, dominava totalmente il resto, in un contesto di servitù feudale da far impallidire quella europea del Medioevo, fra analfabetismo di massa e abbrutente miseria, il tutto appena addolcito dal fatalismo buddista. Nè tutto ciò che hanno introdotto in seguito i cinesi è stato necessariamente infame. Ma che la modernizzazione, avviata dallo stesso Dalai Lama in gioventù, dovesse però arrivare da una brutale ed iniqua dominazione straniera non era per nulla necessario. Il Tibet divenne suo malgrado solo uno scacchiere della Guerra Fredda e ne fu schiacciato come un vaso di coccio; quello che gli è accaduto è ingiusto e inumano, figlio del peggior Novecento, e non dovrebbe avere cittadinanza nel XXI secolo.

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Pubblicato il 13 Gennaio 2007
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