Io, infermiera del Circolo, spero nel nuovo ospedale
Alla vigilia del trasloco, una dipendente dell'ospedale di Circolo parla del futuro e dell'occasione per voltar pagina
«Il nuovo ospedale può essere la nostra occasione».
È convinta Maria ( nome di fantasia) dipendente dell’azienda ospedaliera di Varese, che si augura di voltar finalmente pagina uscendo dai corridoi del vecchio Macchi per entrare nel monoblocco. Per lei, infermiera con una lunga esperienza alle spalle, maturata in vari posti di lavoro, non ultima la Svizzera, il trasloco potrebbe coincidere con un guizzo d’orgoglio da parte di tutti i suoi colleghi per ridare slancio ad una realtà da troppo tempo bersagliata e magari invogliare molti colleghi "fuggiti" a rientrare alla base.
« Non è semplice lavorare al Circolo. I turni di lavoro sono alienanti, l’ambiente è spesso sporco e il clima teso per la scarsa educazione di tutti, noi operatori e utenti. Non dico di adottare un sistema perfetto e molto ingessato come quello che vige negli ospedali del Canton Ticino, dove tutto è preciso sino all’esasperazione, ma la diffusa disorganizzazione che si nota in diversi reparti del Macchi non facilita l’organizzazione armoniosa del lavoro».
Per Maria, il problema del reperimento di infermieri professionali a Varese è spesso legato alla fama del Circolo: «Per chi intraprende questa professione è sicuramente importante la retribuzione: in Svizzera, un dipendente dopo qualche anno di esperienza rivece oltre 3000 euro al mese netti, ha diritto a 20 giorni di ferie in qualsiasi periodo all’anno definiti sin da gennaio, due giorni di riposo continuati alla settimana, un ambiente pulito, educato, rispettoso e sicuro. In Italia, invece, si riesce a guadagnare, quando va bene, 1500 euro, i turni sono massacranti, le ferie riconosciute solo nei mesi estivi, i riposi non vanno oltre il giorno. Inoltre l’organizzazione è sempre "all’incirca", vivi grazie alle capacità di adattamento e alla fantasia dei singoli. E questo, alla fine, snerva».
Nonostante le migliori condizioni di lavoro nel canton Ticino, Maria è rientrata: « Lavorare in Svizzera è duro: troppo rigidi, ingessati. Guai a muoversi senza rispettare le procedure, a trovare soluzioni senza attivare la gerarchia. In Italia, fortunatamente, l’ambiente è meno asfissiante, anche se alcuni paletti sarebbero opportuni».
Da qualche tempo Maria e i suoi colleghi discutono sulle iniziative da adottare per ridare lustro alla categoria: « Siamo convinti che se non diamo una scossa al nostro ambiente, tra poco non ci saranno più infermieri. Oggi si accede alla professione tramite corso universitario: sono richiesti tre anni di studio, oltre alla passione e ad una certa predisposizione. Se dopo tanta gavetta si arriva ad esercitare un lavoro che non dà soddisfazioni, ti espone a rischi e stress, malpagato, quanti giovani vorranno ancora fare questa professione? Noi infermieri, inoltre, non abbiamo un organo che ci tutela, che ci sostiene, che si consiglia: siamo un po’ abbandonati a noi stessi. Viviamo di entusiasmi e depressioni continui, ma , per il bene dei pazienti, avremmo bisogno di maggiori sostegni, e non solo economici. Una sorta di "extra economico per le zone di confine" potrebbe essere un’idea, ma anche un maggior rispetto per la nostra vita, per le nostre famiglie, sarebbe quanto meno auspicabile».
Ospedale nuovo vita nuova? Maria lo spera, nonostante la Finanziaria e le casse regionali ormai vuote….
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