Ritrovarsi: la Giornata del Ricordo a Borsano
L'associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha riunito a Borsano gli esuli bustesi
Una serata a tratti commovente ha visto la comunità bustese di origine giuliano-dalmata ritrovarsi presso le ex scuole di piazza Gallarini a Borsano nell’ambito delle celebrazioni della Giornata del Ricordo. Sessant’anni sono passati dall’esilio dalle terre avite, e chi c’era, e spesso ha lasciato un parente o un amico nelle foibe o in fondo al mare, oggi ha i capelli bianchi. Relatori sono stati l’avvocato Sissy Corsi (foto), presidente del Comitato varesino dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Giuseppe Savatteri, che ebbe il nonno infoibato dai titini, e il presidente dell’ordine dei medici varesini Pier Maria Morresi, anch’egli figlio di esuli. Gli oratori sono stati introdotti dal sindaco Gigi Farioli, figlio di uno fra i primi ad aiutare i profughi giunti in città: il primo cittadino ricordava il voto unanime del consiglio comunale a favore della celebrazione della Giornata del Ricordo.
Un popolo esiliato, a forza, disperso, 350.000 persone sradicate con la violenza da tutto ciò che avevano di più caro, eppure capaci di mantenere i legami e i contatti e di vivere nel proprio cuore una giornata del ricordo ben prima che questa divenisse ufficiale: così racconta Corsi, volutamente e sovente in lingua veneta, mostrando cinegiornali d’epoca che documentano il dramma delle foibe e la lotta di Trieste per tornare italiana. Un racconto, il suo, fra dolori e ricordi più lieti: un po’ come la vita. «Siamo l’ultima generazione dell’esilio: è tempo che i giovani conoscano, senza strumentalizzazioni politiche, che sappiano che alla fine abbiamo pagato noi il conto per la sconfitta dell’Italia». Savatteri ha raccontato una storia asciutta e drammatica. La sua famiglia viveva a Gorizia, da dove sfollò dopo l’8 settembre, percependo il pericolo. Il nonno Aldo Matteucci, marchigiano d’origine, combattente della Grande Guerra sul Carso, volle restare in città, dove dirigeva la Regia Scuola d’Arte, e fu la sua fine, Il 3 maggio del 1945, mentre i neozelandesi stazionavano fuori città, come da accordi con gli jugoslavi, la polizia segreta di Tito, la Ozna, si portò via nonno Aldo, che non fu mai più ritrovato, come altri 664 suoi concittadini. «Ancora oggi non so dove mio nonno ha finito i suoi giorni».
Morresi denunciava: «La nostra è una storia volutamente
negata, i miei figli non hanno potuto studiarla a scuola. Bisogna lottare contro i pregiudizi: a Varese, quando si è chiesto il minuto di silenzio per le vittime delle foibe, due consiglieri non si sono alzati». Morresi, che dirige fra l’altro una rivista, lancia accuse dure contro le falsificazioni di stampa e tv. Su uno dei maggiori quotidiani nazionali, segnalava, il 12 febbraio scorso un articolo sulle foibe in parte copiato da una voce di Wikipedia avrebbe alterato la dizione "fascisti e antifascisti" uccisi dai titini in "fascisti e nazifascisti", e diminuito il numero degli esuli da 350.000 a trentacinquemila (scritto a lettere, quindi non un errore tipografico). E in tv, i programmi dedicati sono andati in onda a notte fonda, e pure con l’indicazione su Internet della data sbagliata, non corretta neppure dopo un sollecito via e-mail. Offese che pesano: «Mio padre ha tenuto per anni sulla sua scrivania un pezzo di arenaria della sua Pola. Lui e lo zio avevano fatto la guerra: Albania, Grecia, El Alamein. Papà è morto un anno prima che la Giornata del Ricordo diventasse ufficiale: non ha avuto giustizia».
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