Gli ottocento metri di un passato sotto assedio

La terza puntata del diario di Michele Cimmino, in Servizio Volontario Europeo nei Balcani

Sono da poco passate le otto quando mi risveglio. Mentre il sole bussa alla finestra della mia stanza, dalla cucina la voce di Samra mi fa capire come la giornata sia già cominciata. Con la vitalità che mi contraddistingue appena sveglio, deambulo verso la cucina dove solo l’aroma del caffè può contribuire al mio risveglio. Un’abbondante colazione è pronta per noi sul tavolo e Samra pare apprezzare la voracità con cui io e Salim ci catapultiamo sui dolci da lei preparati. Come ogni brava cuoca, si riempie d’orgoglio nel vedere come il cibo da lei preparato venga spazzolato via con tanta facilità. Dopo l’abbondante colazione saluto Samra che si prepara ad andare al lavoro mentre Salim ed io ci prepariamo per la visita al museo.

Il tragitto da casa di Salim alla fermata del tram è una breve passeggiata di una decina di minuti. Sufficienti per passare accanto al mercato di Markale dove nel 1994 si consumò una delle peggiori tragedie dell’assedio. Una sola granata lasciò sul terreno sessantotto cadaveri innocenti e provocò più di duecento feriti. Un’arma di fabbricazione jugoslava, predisposta per esplodere a pochi metri dal suolo, allo scopo di provocare un mortale ombrello di schegge e capace di uccidere su una superficie di mille metri quadrati. Frammenti di metallo che esplodono nell’aria e mamme che perdono la vita mentre comprano l’insalata per la cena. Schegge progettate per uccidere. Dal cuore della granata, rapide sfrecciano al cuore della gente. È solo un istante, breve e silenzioso, quello in cui Salim smette di parlare. Ci affrettiamo rapidi a superare il mercato. Abbassa lo sguardo e con gli occhi rivolti al marciapiede, la sua mente vola lontano. Chissà a cosa avrà pensato in quell’istante. A distanza di anni il mercato è tornato a essere un mercato come tanti. Le grida al prezzo più basso dei commercianti, i bambini che corrono fra i banchi e anziani che rovistano fra gli scarti di frutta e verdura gettati al suolo. Sarajevo inizia a guardare da lontano alla guerra, cercando di superare quella banalità del male che l’ha cinta stretta durante gli anni dell’assedio. La città ha ritrovato la propria vita ma rimane stanca. Affaticata dal passato, ha solo un enorme desiderio di normalità. Desiderio di essere città, di essere cultura e musica, teatro e cinema, cucina e arte, storia e religione. Questo è quello che chiede la città: essere se stessa.

Raggiungiamo la fermata del tram verso le nove e mezza, la tentazione di una pausa caffè è forte ma decidiamo di aspettare l’arrivo a Ilidza, capolinea del tram, da dove poi prenderemo un taxi fino al Museo del Tunnel. Saliamo sul tram e riusciamo a guadagnare due posti a sedere. Il tram non è certamente dei più nuovi che abbia mai visto,  allo stesso tempo cimelio e testimone oculare degli anni novanta. In un paio di fermate, il tram si riempie. Giovani e anziani, studenti e lavoratori in un’ordinaria mattina di studio o lavoro. Per raggiungere il capolinea, il tram segue la Zmaja, il Viale dei Cecchini che si percorre per arrivare in centro. Ero ancora un bambino quando scoppiò la guerra, mi ricordo le immagini in televisione del lungo viale che rettilineo corre fino fuori città. Fra i filmati inviati dai corrispondenti di guerra, mi ricordo un tram fermo e abbandonato lungo il viale. La ripresa effettuata da lontano mostra l’intero viale da un lato all’altro, con i grossi palazzoni a fare da cornice. In quella scena, il vecchio tram sembra piccolo e sperduto. Penso all’attimo esatto in cui si è fermato sui binari. Perchè in quel punto e non cento metri più avanti o mezzo chilometro prima. Che cosa avrà spinto l’autista ad abbandonare il mezzo in quel momento, a dire basta al lavoro sotto i cecchini. Probabilmente l’ennesima detonazione nelle vicinanze o un proiettile che ha mandato in frantumi un finestrino. L’autista che scappa con pochi passeggeri coraggiosi, lo spavento e le urla della gente. Non deve essere facile abituarsi alla guerra. Mi guardo attorno, il tram dove sono seduto adesso non pare tanto diverso da quello mostrato nelle immagini. Doveva essere una mattinata di tiepido sole come oggi.

Mentre ci avviciniamo al capolinea, il tram comincia a svuotarsi lentamente. Vedo la gente scendere a poco a poco, una fermata dopo l’altra. I passeggeri che scendono portano con sè le proprie parole e i propri brusii. Il tram semideserto mette a nudo la sua età, le crepe sulle pareti e le parole d’amore lasciate dai giovani sui seggiolini. L’odore di sudicio di cui sono impregnate le barre di sostegno si impadronisce dell’aria lasciata vuota. Arriviamo alla fine delle ultime fermate di periferia, quando non c’è più nessuno a bordo.

Scendiamo lentamente e, dopo una breve sosta in un caffè, ci dirigiamo alla piazzola dei taxi. Qualche momento di contrattazione e riusciamo a spuntare un buon prezzo per la corsa fino al museo. Sei marchi per raggiungere Butmir, sobborgo della capitale sulla via verso il Monte Igman. È in una casa sperduta nelle campagne fuori città dove si incontra l’inanimato eroe di guerra che permise a Sarajevo di resistere al più lungo assedio militare della storia moderna. Ottocento metri fra la vita e la morte che hanno permesso alla città di sopravvivere per gran parte dei millequattrocentroventritre giorni d’assedio. Il taxi ci lascia davanti all’ingresso della casa-museo. Attorno a noi un paesaggio di desolazione, la facciata dell’edificio è ancora segnata da colpi di mortaio. Sembrano cicatrici lasciate come monito a quanto accaduto. Il museo è uno di quei luoghi carichi di storia e di significato come Auswithz o le spiagge della Normandia. Uno di quei posti che tutti dovrebbero vedere nella vita.

L’ingresso è una porticina fatta di consunte assi di legno. Alcune delle finestre sono chiuse con teloni marchiati UNHCR, uno dei pochi segni delle forze internazionali passate in questo angolo di mondo. Suono il campanello e dopo qualche secondo d’attesa, un giovane alto forse più di un metro e novanta viene ad aprirci la porta. Corti capelli scuri e neri occhi aquilini, ci accoglie con un inglese dal forte accento slavo. Goran è il figlio dei proprietari della casa. Assieme ai genitori, ebbe l’idea di trasformare la casa e il tunnel in un museo. Ai suoi saluti, Salim risponde in bosniaco e dopo poche parole di benvenuto, entriamo nel museo. Alle pareti ci sono foto del tunnel e delle persone che lo utilizzavano durante la guerra, diplomi di ringraziamento delle maggiori organizzazioni mondiali e delle principali cancellerie, per il coraggio dimostrato dalla popolazione di Sarajevo nella difesa della propria città. La prima parte della visita consiste in un video di una decina di minuti con immagini dell’assedio e dei bombardamenti sulla città. Quasi non ci sono parole per tutta la durata del video. Solo una voce fuori campo introduce l’opera per poi lasciare spazio ai suoni della guerra. Civili che corrono da un lato all’altro della strada, inseguiti da raffiche di mitra. Non sempre le persone riescono a mettersi in salvo. Qualcuno cade raggiunto da un proiettile, vite spezzate nella corsa affannosa per delle provviste o per un po’ di acqua. Immagini di edifici centrati in pieno da colpi di bazooka. Sibili che raggiungono le nostre orecchie prima ancora di poter vedere palazzi abbattuti dai missili delle postazioni sulle colline. I dieci minuti del video diventano interminabili. Nel silenzio della piccola stanza in cui stiamo assistendo alla proiezione, ogni rumore diventa un frastuono. Sui titoli di coda, guardo Salim senza riuscire a parlare. Anche la sua vitalità trova un freno davanti alle immagini di tanta crudeltà. Lasciamo la stanza in silenzio, ogni commento sarebbe inopportuno e la mia mente non riesce a pensare ad altro che a un sospiro. Questo è quanto potrei dire a Salim, niente di più. Opto quindi per il silenzio e inizio a guardarmi attorno nelle due piccole sale del museo. Maschere antigas, le barelle utilizzate per il trasporto dei feriti attraverso il tunnel, armi e munizioni. Sono assalito da un misto di tristezza e disgusto. Tristezza per lo spettacolo a cui ho appena assistito e disgusto per le armi. Provo sempre un forte disagio quando ne vedo una, anche solo un poliziotto per strada con la sua pistola d’ordinanza mi provoca una certa diffidenza. In questo ambiente, la sensazione di disagio è fortemente accentuata. Goran è in attesa fuori dal museo per mostrarci l’ingresso originale del tunnel. Ci spiega che è possibile visitare i primi 25 metri e io decido di entrare mentre Salim, in disparte, mi dice che avrebbe aspettato fuori. Alto poco più di un metro e sessanta, il tunnel mi costringe a camminare chinato in avanti. Alle pareti, la luce fievole delle lampadine permette a malapena di illuminare i miei passi. L’ideale per chi soffre di claustrofobia. Il tunnel è stato l’unica via di comunicazione con l’esterno durante l’assedio. Tutto ciò che la città poteva permettersi, passava attraverso questi ottocento metri. Nei periodi di forte pioggia, l’acqua fino alle ginocchia conviveva con i cavi che fornivano l’elettricità e con la tubatura per il rifornimento di carburante. Chiudo gli occhi per un istante, davanti a me ho ancora le immagini del video appena visto. Provo a immaginare gli anonimi eroi che rischiavano la propria vita ogni giorno, per andare a recuperare le provviste all’esterno della città. Riapro gli occhi e gli ultimi metri del percorso corrono via veloci. Una ripida scaletta mi permette di ritornare in superficie dove trovo Salim ad aspettarmi. Mi guardo attorno, sono all’esterno della casa. Sulla parete è affissa una mappa che lascia interdetti. Il titolo recita: “Sarajevo, città olimpica 1984, città assediata 1992-1995. Quasi quattro anni sotto assedio. Più di undicimila morti.” La pianta della città mostra i luoghi delle Olimpiadi Invernali e i luoghi occupati dai serbi. La montagna di Jahorina, sede delle gare di sci alpino femminile durante i Giochi, è anche una delle principali postazioni dell’artiglieria. Tutto in un’unica cartina, tutto nell’arco di dieci anni.

La visita al museo è stata intensa, il viaggio di ritorno in tram verso il centro vola via in silenzio. Come all’andata, ciascuno di noi è assorto nelle proprie riflessioni. Scendiamo dal tram prima di giungere in Ferhadija, per un caffè in un bar all’aperto prima di lasciare Sarajevo. É un peccato non potersi fermare più a lungo in città ma purtroppo debbo andare. Camminando lungo la via, diretti verso un caffè che conosce Salim, la mia attenzione viene richiamata da una macchia rossa sul marciapiede. È una delle tante Rose di Sarajevo. Sono buchi lasciati sull’asfalto da colpi di mortaio. Molti di questi, a forma di rosa, sono stati riempiti di pittura rossa. Soprattutto quelli che provocarono molte vittime, sono un simbolo del cuore ferito di questa comunità. È forse questa una ragione del fascino della città. In poche centinaia di metri si alternano palazzi carichi di storia, pieni di un passato di affascinante crocevia fra due mondi, e luoghi di dolore e paura. Non tutti sono visibili in un primo momento, ma il visitatore attento avrà la pazienza di scoprire questa città enigmatica.

Il caffè scorre via rapido fra promesse di rivederci il prima possibile e di contraccambiare la mia visita. Sono contento di questi due giorni appena trascorsi, ogni tanto respirare l’aria di città è una piacevole distrazione. Il mio soggiorno a Sarajevo è dunque terminato. Questa sera lascerò la città e voglio farlo raccontandovi un’ultima leggenda. Si narra che nel 1816, un ufficiale dell’esercito turco giunse nella città per dirigere l’opera di fortificazione delle mura difensive. Egli prese alloggio in una tenda su una collina fuori città da dove poteva ammirare il panorama. Un giorno, l’ufficiale udì alcune canzoni e il suono dei tamburi provenire dal Ponte della Capra e chiese a uno dei suoi servi: “Che cosa sono queste musiche?”.”Il popolo sta portando una sposa da un villaggio dimenticato a Sarajevo per farla maritare”, rispose il servo. L’ufficiale ordinò subito ai suoi servi di recarsi dalla sposa e di chiederle una coperta ricamata d’oro come dono. Pochi giorni dopo, l’ufficiale sentì di nuovo i tamburi suonare e chiese un’altra volta che cosa stesse succedendo. “Questa volta è una festa per una sposa che lascia Sarajevo, diretta in qualche villaggio dimenticato per essere sposata”, rispose il servo. Sentita questa risposta, l’ufficiale prese cinque ducati e ordinò al servo di portarli in dono alla sposa. Confuso, il servo chiese al proprio padrone: “Perchè mi avete ordinato di pretendere una coperta ricamata d’oro in offerta dalla prima sposa e ora volete fare un dono a questa altra donna?”. L’ufficiale turco rispose senza esitazione: “La prima sposa era felice perchè sarebbe venuta a vivere a Sarajevo; per questo motivo le ho chiesto un’offerta in onore del Sultano. La seconda sposa è triste perchè sta lasciando l’atmosfera di Sarajevo per trasferirsi in qualche villaggio dimenticato da tutti. Questo è il motivo per cui voglio portarle un dono”.

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Pubblicato il 02 Giugno 2007
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