Tornano i “rossi” dopo 70 anni di esilio
Il Partito Ticinese del Lavoro ha deciso di cambiare il proprio nome ritornando ad essere il Partito Comunista, dichiarato fuorilegge nel 1940
Mentre in Italia ci si appresta a festeggiare la nascita di un nuovo partito, nella vicina Svizzera si assiste ad un ritorno alle origini: nel Canton Ticino è ritornato, dopo 70 anni di “esilio”, il partito comunista. Nella nazione in cui Lenin visse dal ‘14 al ‘17, domenica 16 settembre, al Palagiovani di Locarno, il “Partito Ticinese del Lavoro” ha deciso di riprendere il suo storico nome che, per legge, cambiò durante la Seconda Guerra Mondiale: l’ex partito comunista svizzero infatti fu dichiarato fuorilegge nel 1940. Allora, come racconta Norberto Crivelli, uno dei “vecchi” del partito, contrario al cambio del nome «una parte della borghesia svizzera scelse un po’ per opportunismo un po’ per paura una linea di accondiscendenza verso i regimi totalitari d’Italia e Germania».
Un partito dichiarato fuorilegge dopo 15 anni di attività, che ha continuato ad operare in clandestinità fino al 1944 quando fu rifondato con il nome di Partito Operaio e Contadino, per poi cambiarlo in Partito Ticinese del Lavoro nel 1963. Denominazione che ha tenuto fino alla scorsa domenica quando, grazie alla legge del 1970 che abolì il divieto di esistenza per i “rossi”, su proposta dei Giovani Progressisti, gli under 30 del partito, si è deciso di cambiare il nome per tornare alle origini. «Vogliamo ritornare a essere portatori di valori di giustizia e di uguaglianza sociale» commenta Gianluca Bianchi, 25 anni, neo-segretario eletto durante l’assemblea che ha visto 43 voti favorevoli al cambio del nome contro gli 8 contrari. Nel documento di presentazione alla proposta, si legge che “Mantenere un nome come Partito del Lavoro significherebbe prendere in giro la popolazione: i liberali sono uniti nel Partito Liberale; i socialisti nel Partito Socialista; i democristiani nel Partito Popolare, i nazional-fascisti sono riuniti nel PNOS, Partito degli Svizzeri Nazionalisti”.
Lecito e necessario quindi autodefinirsi comunisti: “Torniamo a chiamarci comunisti perché lo siamo sempre stati, anche nei momenti più difficili. Ma torniamo a chiamarci comunisti non per una volontà di martirio, ma perché avevamo ragione!”
In particolare, i neo-comunisti svizzeri sottolineano come nella ricca svizzera il Canton Ticino sia un po’ la “pecora nera”: “Nella società attuale il termine “Lavoro” è quasi sconosciuto: con l’aumento dei fenomeni interinali, del precariato, potrebbe essere quasi visto drammaticamente come un privilegio di pochi”. Per il segretario Bianchi c’è tanto per cui lottare: «Bisogna difendere le conquiste sociali ottenute, e se è possibile aggiungerne altre».
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