Benvenuta Slovacchia

Prosegue il viaggio di Silvano Moroni nell'Europa dell'Est: è il turno della Slovacchia

La Cecoslovacchia cessò di esistere, come stato sovrano, il 1° gennaio del 1993, per dare vita alla Repubblica Ceca ed alla Repubblica Slovacca, espressioni politiche delle due entità che, costituite in nazione nel 1918, avevano poi concordato il patto federativo del 1968.

Sono trascorsi quasi 15 anni da quella decisione ed i modi incruenti che la accompagnarono, senza disordine alcuno e senza diatribe di frontiera, hanno trovato positiva conferma nella coesistenza pacifica tra i due stati. Le pronunciate differenze storiche fra Cechi e Slovacchi non hanno impedito, nel corso dei secoli, scambi ed intrecci culturali e il patrimonio artistico-monumentale ne porta le tracce e anche a questo – cioè agli aspetti di sincretismo leggibili tra le diversità – deve il suo fascino. Insomma possiamo dire un esempio ed una lezione di integrazione sociale e rispetto culturale ante litteram. 

Venendo alla Slovacchia, che in questi giorni mi trovo a visitare con estrema attenzione e sotto la neve con il mio camion, bisogna dire che solo pochi anni fa veramente un numero esiguo di persone avrebbe scommesso su quella che possiamo definire la rinascita di questo Paese, protagonista, come detto, di un evento da manuale di geopolitica. Ciò che sembrava un vero e proprio azzardo ha invece e fortunatamente pagato. La dignità e la fierezza ritrovate con l’indipendenza hanno dato slancio iniziale allo sviluppo economico di uno tra i paesi più deboli dell’area ex socialista e dal 2004 facente parte dell’Unione Europea e della Nato.

Bisogna anche dire che la storia, tra l’altro, non è stata assolutamente tenera con gli slovacchi riservando loro – solo nell’ultimo secolo – emigrazione, repressione culturale e estrema povertà che in parte si avverte ancora oggi soprattutto al di fuori delle città più importanti. L’emigrazione è avvenuta in modo particolare verso gli Usa, la repressione è invece avvenuta dagli ungheresi che li hanno dominati fino a 1918 e da quel dì c’è ancora oggi una certa diffidenza verso di loro. Poi per quelli che sono rimasti in patria è stato il momento più duro, quello della estrema povertà vissuta dentro la Cecoslovacchia dove erano i cugini poveri. Qui il regime sovietico aveva impiantato le grandi fabbriche di armi e poi subito dopo il suo crollo, il collasso dell’industria delle armi Made in Cecoslovacchia, la difficoltà della riconversione di cui ancora oggi percorrendo le strade si possono vedere gli enormi scheletri di quelle fabbriche dimesse e delle centrali obsolete per la roduzione di energia ancora in uso pur sapendo quali sono i rischi che si corrono. E’ stato un vero e proprio trauma che, mi dice un mio interlocutore a Nitra, la giovane Repubblica Slovacca ha dovuto affrontare dovendo così ulteriormente imporre austerità e rigore finanziario a chi già le erano rimasti solo gli occhi per piangere, ma in loro c’era l’orgoglio di essere finalmente liberi e scusate se questo è poco. Una scelta obbligata, quindi, per uscire da una situazione di grande difficoltà che non aveva il favore dei mercati per cui il governo di allora non poteva che offrire disoccupazione e caduta dei salari che sono state l’altra faccia della medaglia della transizione che ha portato però questo Paese a far parte dell’UE. Sopportazione, voglia di libertà, impegno civile, integrazione di gruppi etnici presenti sul territorio (eccetto con gli ungheresi), identità nazionale è quanto ha saputo dimostrare questo piccolo paese un tempo “regione dell’impero sovietico”. Ma la Slovacchia, terra di confine fra Occidente ed Oriente è sempre stata luogo di incontro di culture, di religioni, di etnie : il vero cuore dell’Europa attraversato per secoli da  grandi vie di comunicazione lungo le quali accanto alle merci o agli eserciti, viaggiavano anche le idee. La differenza con oggi è che, qualche secolo fa il tutto viaggiava più lentamente e quindi anche le idee e le nuove culture avevano il tempo di essere modificate ed accettate, oggi la velocità è innanzi a tutto ma l’uomo è rimasto uomo ed ancora non è divenuto macchina e fortunatamente ha ancora un cervello con cui ragionare anche se spesso non ne fa uso come dovrebbe. Ciò che maggiormente mi ha colpito in questo Paese nella rivisitazione della cultura Slovacca, che stando in Italia non avevo compreso appieno, pur avendoci studiato parecchio (questo viaggio mi ha impegnato circa un anno in ricerca), è la sua flessibilità e la capacità di accogliere una pluralità di forme e di contenuti importati da altre civiltà, anche da quelle che qui hanno fatto il bello e il brutto tempo, ma sempre senza perdere la visione originaria.

Certamente questo Paese di strada ne ha fatta, ha un DNA molto forte e la sua gente pur ancora oggi, come dicevo in stato di “povertà”, tanto che quì girano pe l’80% le Skoda vecchio stampo, le abitazioni o sono i vecchi “blok” sovietici con tanto di numero di matricola (es. blok 2545…ecc.) o piccole casette tutte uguali con il giardinetto, dove però al posto del prato all’inglese ci sono le patate, gli orti con l’insalata e le zucche e soprattutto le strade sono vuote, insomma è un po’ l’Italia della fine anni cinquanta naturalmente le eccezioni ci sono e allora sono gran ville, ma restano eccezioni). Non potrebbe però essere diversamente poiché la UE ha imposto delle regole precise che debbono essere rispettate e per poterlo fare non c’è altra strada se non il rigore e l’austerità. Il carburante costa più o meno quanto negli altri Paesi membri ma gli stipendi medi come per gli altri Paesi di questa area sono di non più di 300 euro quindi è giocoforza usare la bicicletta o il cavallo di San Francesco e acquistare al mercatino dove anziane signore vendono i prodotti della campagna o ai supermercati TESCO quelli al minor prezzo, ma dove molto spesso le scaffalature sono desolatamente vuote.

La lista delle riforme politiche ed economiche che ognuno di questi nuovi stati membri ha dovuto attuare è impressionante ed è bene che la Ue continui ad incoraggiare e tutelar loro il più possibile. Ognuno dei nuovi paesi è occupato a riformare leggi per incrementare la crescita e la libera iniziativa e sebbene siano stati fatti grandi passi avanti affinché vengano realizzati i progetti di maggior importanza, l’ammontare del lavoro ancora da fare non dev’essere sottovalutato. Una delle più grandi sfide che le nazioni ex-comuniste devono affrontare, sono certo sia quella di cambiare le opinioni e l’atteggiamento di intere generazioni di persone che si sono adeguate ed adagiate a vivere nella corruzione.

Fra qualche giorno, come ho detto lascio con il mio Bremach la Slovacchia, ma questa Repubblica e le altre new entry dell’UE meritano tanto di cappello per l’enorme quantità di lavoro fatto e per i cambiamenti effettuati in cosi poco tempo, ma nello stesso tempo è importante riconoscere come esista una continua sfida nel voler cambiare i cuori e le menti di gente magari ancora non del tutto troppo ben disposta ad allontanarsi da dei comportamenti che hanno trovato le proprie nicchie all’interno della società. Senza dubbio i nuovi stati membri sono sulla retta via verso la terra promessa UE, ma il viaggio potrebbe durare più del previsto e comunque auguri vivissimi ve li meritate.

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Pubblicato il 13 Novembre 2007
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