I dieci anni del museo del tessile: “io c’ero”
Parla Luciana Ruffinelli, fino a poco tempo fa assessore al marketing di Busto, ora consigliera regionale, che ha partecipato alla sua nascita

Sono passati dieci anni da quando Busto ha avuto il suo scatto d’orgoglio, e reso museo la sua storia e la sua vocazione industriale, in quello che era l’ex “Cotonificio Bustese”.
Dieci anni non passati invano, visto che il Museo del Tessile è diventato non solo punto di riferimento museale ma anche luogo di cultura, e nati sull’onda di un vero e proprio entusiasmo per una idea che recuperava le sue radici: «Ripensare a quel clima appassionato ed entusiasmante, fervente di idee e di operosità in cui nacque il Museo del Tessile fa sembrare impossibile che già dieci anni siano passati – spiega Luciana Ruffinelli, assessore al marketing territoriale a Busto arsizio fino a 2 anni fa e ora consigliera regionale per
Come spiega
«Il tutto era nato da un’idea che Luigi Giavini andava propalando da anni e che la sottoscritta, chiamata ad essere assessore, volle mettere alla prova. Il primo maggio 1994, ripulito uno stanzone del vecchio Macello, con il concorso di molte persone che ancora ricordano quella impresa veramente improba, vi ammassammo alcuni vecchi telai, una serie di campionari, etichette di tessuti che già da sole costituivano una storia di produzione ed esportazione, le indispensabili navette, quaderni di tessitura bellissimi, e poi ancora documenti, foto, riconoscimenti meritati da tessili bustocchi. Per creare l’atmosfera in un angolo un registratore con il battere dei telai».
Un entusiasmo che le istituzioni allore raccolsero senza particolari difficoltà: «Il Sindaco Tosi ci credette, nell’idea, e dettò l’intitolazione: Museo del Tessile e della Tradizione Industriale di Busto Arsizio. Il luogo idoneo venne identificato nell’edificio a forma di castello dell’ ex Cotonificio Carlo Ottolini, diventato poi Cotonificio Bustese, e ad adattarne gli spazi, mantenendo comunque il sapore di luogo industriale, fu chiamato l’ing. Michele Angelo Ferè, che si appassionò ben oltre i limiti del suo incarico, partecipando alle riunioni e alle discussioni e offrendo idee preziose per l’allestimento».
Ben presto si costituì una squadra di lavoro efficiente: «Si era costituito un gruppo di lavoro molto operativo e assai poco incline al proprio riconoscimento – continua Luciana Ruffinelli – Oltre a Giavini che sapeva dove trovare qualsiasi oggetto legato alla storia del tessile, c’era il prof. Riccardo Turri, che curò con dedizione meticolosa tutte le schede didattiche per illustrare filatura, tessitura, tintoria e finissaggio. A lui si aggiunse qualche anno dopo il prof. Ugazio, altro storico insegnante del nostro ITIS. Ad occuparsi del ripristino dei telai che venivano donati era Adelio Genoni, che sottraeva del tempo alla sua meritata pensione, ma sembrava ben felice di farlo. Però quando si trattò di posizionare la cantra e di ordirla con migliaia di fili colorati non ci fu verso: Angioletto Magugliani, che l’aveva brevettata e donata, volle farlo lui , con una sua fedele operaia: ci vollero settimane e tutti gli passavamo vicini con l’idea che non ce l’avrebbe mai fatta. Un’impresa di per sé fu trasportare e posizionare il grande beattle, donato da Mirella Cerotti e dai suoi figli: da solo costituisce un pezzo spettacolare e una vera attrazione del museo».
Da lì in poi, comincio la storia del museo, che ora ha 10 anni: «Il Museo fu inaugurato in una bella giornata di sole: il Sindaco e il Presidente della Provincia, Massimo Ferrario, che aveva concesso un contributo, tennero i discorsi ufficiali..Monsignor Livetti benedì l’opera. Gli anni successivi furono un prolungamento continuo dell’entusiasmo e della produttività culturale del museo. Ma delle tante iniziative successive una ci portò veramente all’apice della fama: il museo fu dotato di un percorso per non vedenti, con bande segnaletiche, pannelli in braille, modelli di macchine da toccare e una Sala delle Esperienze, che non ha uguali. Fu Augusto Zeroli a promuovere l’iniziativa e a convogliarvi la generosità della famiglia Zucchi. Quando penso con rimpianto infinito a lui e agli altri che non ci sono più, credo che nella targa della dedicazione siano compresi, a buon diritto, anche loro e mi sento meno triste».
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