“Processo a Dio” in scena all’Apollonio

I sopravvissuti all'Olocausto sui banchi di accusa e difesa, alla sbarra l'Altissimo nel testo teatrale di Stefano Massini. Sul palco Ottavia Piccolo, dirige Sergio Fantoni

Martedì 8, mercoledì 9, giovedì 10 gennaio alle ore 21.00, nell’ambito della Stagione teatrale comunale del Teatro Apollonio di Piazza Repubblica, andrà in scena Processo a Dio, di Stefano Massini con Ottavia Piccolo, Vittorio Viviani, Silvano Piccardi, per la regia di Sergio Fantoni.

Elga Firsch, attrice di origini ebraiche deportata al campo di Maidanek e sopravvissuta alla catastrofe, trasforma la tragedia vissuta sulla propria pelle in irrinunciabile necessità di affrontare Dio a viso aperto, in un processo che coinvolge il vecchio rabbino Nachman difensore di Dio, il giovane Nadek smanioso di vendetta, lo Scharführer Reinhard, relitto del Reich, e i due anziani Solomon e Mordechai, severi giudici del divino alla sbarra.

Ottavia Piccolo, diretta da Sergio Fantoni, incarna la drammatica figura di una donna che non si arrende all’insensato procedere della storia e che non teme di far sentire la propria voce né di affermare con incisività il proprio pensiero. Stefano Massini, giovane drammaturgo e regista recentemente insignito del Premio “Pier Vittorio Tondelli”, è autore del testo, la cui parola chiave, come racconta lui stesso, «non è il dolore dell’Olocausto, bensì il non-senso: quella nebbia fitta che avvolge il presente, quella insignificante banalità che muove la storia con il tragico sconcerto di chi è vittima. Se l’uomo è un burattino, chi lo muove? E quale logica segue il teatrino del mondo? Sono queste le domande che, come un magma, muovono il testo dal suo interno. Elga Firsch accusa Dio con la voce, in fondo, dell’umanità intera: l’umanità di ogni epoca e bandiera. E vale, forse, come esempio, una battuta del rabbino Nachman: il processo a Dio non lo facciamo noi: non si è mai chiuso. Da cinquemila anni».

Note del regista

Mai come in questa occasione trovo difficoltà a scrivere del lavoro fatto per la rappresentazione del testo di Massini. Il fatto, tra i tanti, che più mi ha colpito leggendo o rileggendo, a distanza di anni, le testimonianze dei “salvati”, è stato la loro difficoltà a testimoniare dal vivo l’esperienza del lager, il loro “doloroso senso del pudore” a raccontare. Un silenzio che sembrava suggerire un complesso di colpa, come Primo Levi ha sottolineato, per essere ancora vivi. Le testimonianze dei sopravvissuti sono state affidate quasi sempre ai libri, alla parola scritta. Pochissime le immagini, le interviste, le foto, del “dopo”. Esisteva una precisa linea di demarcazione tra il “prima” e il “dopo”. Linea che non è stata quasi mai valicata. Ecco, forse, è stata questa piccola scoperta ad aiutarmi a credere che l’intuizione di Stefano, il suo “processo”, potesse essere rappresentato. I personaggi del “processo” hanno vissuto tutti il lager, hanno visto gli avvenimenti del lager, erano tutti consapevoli di quello che dicevano e di cosa parlavano, anche se molte cose le hanno scoperte dopo la liberazione. Quindi non dovevano convincere nessuno, non temevano sguardi scettici, curiosi ma increduli, non temevano di essere smentiti: avevano tutti bevuto lo stesso veleno. Temevano una sola cosa: il ritorno alla vita di tutti i giorni, a quella vita che poco alla volta avrebbe cancellato o che non avrebbe più voluto sentir parlare, sembra assurdo solo pensarlo, della loro “esperienza”. Temevano, e a ragione, un procedimento di cancellazione della loro ormai incancellabile identità: aver vissuto il lager.

Il capannone – magazzino della commedia per i nostri personaggi è come la camera di decompressione prima di entrare in un altra dimensione dell’esistenza. E allora ecco l’urgenza delle domande e la necessità di almeno qualche risposta prima di essere costretti a custodirle nel silenzio del “dopo”. Sfiancati nel fisico, certamente alterati nella mente, il difficile era immaginare non “cosa” domandassero ma “come”. Ho cercato di sollecitare questa allucinata urgenza, questa necessità insensata, da un certo punto di vista, ma del tutto razionale, di capire, di sapere, di cercare un colpevole anche a costo di cercarlo dove da sempre, sembra proibito cercarlo. Il loro sguardo, la loro voce, ha qualcosa di anormale, è carica di rancore, di rabbia, non per ciò che hanno sofferto ma per l’impossibilità di trovare delle risposte. Non si sentono per nulla martiri di un idea, ne avevano tante e diverse, ma zimbelli del caso o di un Dio distratto. La consapevolezza di non contare niente, di non meritare neanche lo straccio di una parola li umilia, li offende. Si sentono dimenticati, esclusi. Usciti da quel magazzino, senza risposte, continueranno in silenzio a domandare: perché? Perché? Gli strumenti per chiedere agli eventi della nostra storia di obbedire a un sia pur larvato concetto di giustizia, almeno come lo intendiamo noi, non ci sono, non li abbiamo. A parte la fede, naturalmente.

Per maggiori informazioni: Teatro Apollonio: 0332/284224 – 0332/247897; Ufficio Cultura Comune di Varese, tel. 0332/255.396-290-284

Prezzo biglietti: Platea € 28,00; 1a Galleria € 23,00; 2a Galleria € 18,00

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Pubblicato il 03 Gennaio 2008
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