“Ventimila persone impazzite di gioia”
Il ricordo dell'avvocato Ettore Pagani, corrispondente della Gazzetta dello Sport: «Varesini entusiasti, juventini sbigottiti. E Picchi l'uomo in più»
«C’era una valanga di gente. Lo stadio era zeppo, stracolmo». Con queste parole l’avvocato Ettore Pagani, storico corrispondente varesino per la Gazzetta dello Sport, ci descrive il luogo del delitto, se così possiamo definirlo. Un “Franco Ossola” gremito come non mai quella domenica 4 febbraio 1968, quando il Varese affondò la Juve sotto i colpi di Anastasi, Leonardi e Vastola. Pagani sfoglia con piacere l’album dei ricordi, sottolineando che «da interista e antijuventino le sconfitte dei bianconeri mi hanno sempre fatto piacere, figuriamoci quel giorno». Tornando all’atmosfera dell’impianto di Masnago, l’avvocato sottolinea un aspetto importante: «Lo stadio era stato ampliato ad oltre ventimila posti perché la squadra stava andando bene e il numero di appassionati cresceva sempre più. Ma a crescere durante la partita furono anche l’entusiasmo e lo stupore ad ogni gol segnato: loro non finivano mai di prenderle, mentre il nostro pubblico era davvero entusiasta».
Impossibile dimenticarsi di quella giornata speciale e di quel risultato assolutamente impensabile alla vigilia, anche se Pagani preferisce puntualizzare questo aspetto: «Un 5-0 era davvero difficile da pronosticare, ma il sentore che il Varese potesse vincere c’era eccome, anche perché in casa avevamo già battuto sia il Milan sia l’Inter. All’inizio del match l’atmosfera era tranquilla, ma solo all’inizio: col passare del tempo, e dei gol, allo stupore e all’incredulità nostra fece da contraltare lo sbigottimento dei tifosi juventini, presenti in massa al “Franco Ossola”. Loro non si aspettavano certo una botta del genere». Fra tutti spiccò la prestazione di Pietro Anastasi, autore di una tripletta e autentico trascinatore in quel favoloso pomeriggio di febbraio: «Pietro uscì dal campo come un eroe: era già molto famoso, ma dopo quel match acquisì ancora più importanza all’interno del gruppo».
Ma l’uomo in più del Varese 67/68 risponde al nome di Armando Picchi, il compianto libero livornese al quale è stato intitolato lo stadio comunale della città toscana. Pagani sottoscrive, dividendo in due il campionato in questione alla luce dell’infortunio occorso al difensore ex Inter: «Fino all’infortunio di Picchi il Varese veleggiava nelle zone altissime della classifica, chiudendo il girone d’andata al secondo posto. Poi siamo un po’ calati fino all’ottavo posto finale. Picchi era l’allenatore in campo, il regista della squadra: i meriti forse vanno più a lui che a mister Arcari, sicuramente una brava persona ma non certo un leader». Leader che forse manca al Varese attuale, costretto a lottare in C2 sperando, chissà mai, di rivedere un “Franco Ossola” letteralmente impazzito come in quel pomeriggio di quarant’anni fa.
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