“Partito territoriale? Sì, ma non solo”

L'analisi del voto fatta dal consigliere regionale Giuseppe Adamoli nel corso della direzione lombarda del Pd

Riceviamo e pubblichiamo l’intervento di Giuseppe Adamoli nel corso della direzione regionale del Partito Democratico avvenuta ieri, 22 aprile 2008.

Vedo in giro troppa aria consolatoria. Il risultato del PD è soddisfacente ma è fragile perché abbiamo usufruito del voto utile proveniente dalla sinistra. Il dato amministrativo dello stesso giorno, soprattutto nelle province che è l’unico comparabile, dimostra questa fragilità. Il nostro consenso vero è quello delle province che è inferiore dovunque di qualche punto rispetto alle politiche proprio perché una parte degli elettori di sinistra sono tornati a casa loro.
L’analisi deve essere molto seria. Anche quella sulla Lega. Per ragioni di tempo parlo solo della questione del partito territoriale, su cui si è riacceso il dibattito in questi giorni. Non è mica vero che il successo leghista sia legato solo a questa sua indubbia qualità. Che l’aumento dei voti della Lega sia dovuto ad un legame strettissimo col territorio è fuori discussione. Nel senso che interpreta bene gli umori e gli istinti di tante persone, non più soltanto dei lavoratori autonomi, e nel senso che sforna amministratori e dirigenti che restano immersi nei luoghi dove lavorano e vivono. Con una depurazione impressionante di chi osa discutere gli ordini del capo.
Con questo partito territoriale possiamo trovare, come abbiamo già fatto in Lombardia, dei punti di incontro, per esempio sul federalismo fiscale, sulle infrastrutture e sullo Statuto regionale. Ma il fattore determinante del successo leghista è un altro. E’ la sua fortissima identità culturale e politica – sottolineo culturale – che si basa su un’idea di società distante dalla nostra: su immigrazione e sicurezza, protezionismo economico, tradizionalismo in ogni sua espressione, chiusura sociale.
Non è giusto dire che la Lega in quanto partito territoriale non è né di destra, né di sinistra. Se una lezione ci viene dalla Lega è semmai che l’identità di un partito, dalla quale non si può prescindere, dipende dalla visione di società che si ha e che si vuole. Su questo piano dobbiamo fare passi avanti enormi. L’identità la formiamo tutti noi, i tre milioni e mezzo delle primarie, i militanti, gli elettori, non i sociologi, i pubblicitari e gli strateghi elettorali. Possiamo noi costruire, dentro un’identità nazionale, un partito del Nord come predica da quindici anni Cacciari? La mia idea è che il nostro partito deve parlare col Nord al Nord, col Centro al Centro, col Sud al Sud. Per quanto ci riguarda ci sono tanti Nord. Il caso Malpensa è sintomatico. E’ sentito tutt’al più in Lombardia, ma nel Veneto fanno il tifo contro. Non soltanto Galan, anche i nostri.

Sono sempre stato in favore di una forte autonomia regionale quasi alla bavarese, ma questo può valere per la Lombardia, non per il Nord indistinto o per il LombardoVeneto. Mi convincerei del contrario se volessimo creare la Padania o il LombardoVeneto come istituzione. Ma questo non lo vogliamo assolutamente e non avverrà mai. Significherebbe la rottura dello Stato. Non è la Lombardia che ha bisogno di essere accorpata e ingigantita, semmai sono alcune piccolissime Regioni del Centro-Sud, più piccole di metà delle province lombarde. Lì, sì, che si annidano sprechi enormi, inefficienze, costi della politica altissimi che fanno arrabbiare e fanno votare Lega, anche se in misura ridotta rispetto ai rifiuti di Napoli. Così come fanno arrabbiare le differenze enormi nella ripartizione finanziaria fra Regioni ordinarie ed autonome, che siano del Nord o del Sud. Differenze che devono e possono cessare con un federalismo fiscale in grado di mettere tutti i territori davanti alle proprie responsabilità.
Non si può sganciare il discorso politico da quello istituzionale. C’è il Partito Bavarese perché c’è la Baviera, il Partito Catalano perché c’è la Catalogna. Noi abbiamo bisogno che il Partito Federale previsto dallo Statuto e basato sulle regioni e sui territori si faccia sul serio. Io ho più di una paura perché ho vissuto il tradimento statutario della Margherita, che è stato partito centralista fino all’ultimo malgrado lo Statuto federale. Ho ancora più paura se penso alla tradizione altrettanto e forse più centralista dell’altra forza fondatrice del PD, cioè dei DS.
I coordinamenti del Nord e del Sud proposti da Veltroni sono pannicelli caldi, ci sono stati anche in passato. Facciamoli pure ma è l’autonomia regionale vera che dobbiamo conquistare, in primis lo deve fare il segretario regionale instaurando, se necessario, una dialettica forte con Roma: autonomia di organizzazione, di strategia, di candidature, di finanziamenti assicurati dai rimborsi elettorali. Devo dire che non ho mai capito l’esclusione dei vari Cacciari e Chiamparino dalle stanze dove si decidono le strategie nazionali e l’inclusione invece di persone che non hanno niente da dire. Tutto ciò ha a che fare con quello che il PD vuole per il Nord, ma non c’entra un bel nulla con il Partito del Nord che si federa con quello nazionale. Questo è solo un altro modo per scuotere l’albero e far raccogliere i frutti dalla Lega, che è un partito padano perché vuole costruire la Padania politica e istituzionale. Noi no. Se sbagliamo analisi corriamo il rischio di essere noi in Lombardia quello che è il Centrodestra in Emilia-Romagna, in Toscana e in Umbria, cioè una forza marginale.

La Lombardia è attraversata da tensioni culturali, politiche, morali molto vive, fortunatamente, ma resta una società con un tasso molto alto di pragmatismo. Se veniamo percepiti solo come “opposizione” siamo finiti. Dovremo sempre essere, e apparire, una forza di governo temporaneamente all’opposizione. Le condizioni per riuscire nell’impresa ci sono tutte. Ora tocca a noi.

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Pubblicato il 23 Aprile 2008
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