Se i dieci comandamenti fossero il programma di un partito?

L'identikit del politico cattolico e l'agire del cristiano in politica secondo i responsabili delle Acli Varesine

Non dire falsa testimonianza, non rubare, non nominare il nome di Dio invano. Un politico cattolico ha dieci regole (in più) che deve sempre rispettare. Così era in passato e così è anche oggi nonostante si discuta se la questione morale sia o meno un argomento passato di moda. Ma cosa succederebbe se i dieci comandamenti fossero il programma di un partito? «Ci dovremmo preoccupare, sarebbe il campanello d’allarme di un fondamentalismo religioso. Dobbiamo considerarli il decalogo di un modello di vita, qualcosa da rispettare e tenere sempre a mente». A parlare è Sergio Moriggi, il nuovo presidente provinciale delle Acli Varesine. Molti candidati hanno fatto della difesa, più o meno sentita, dei valori cattolici il proprio cavallo di battaglia. Come Paola Binetti, candidata per il Partito Democratico, teodem e numeraria dell’Opus Dei, resa famosa dalla propria rigidità di pensiero verso gli omosessuali e per aver confessato alla stampa di indossare il cilicio come forma di autopunizione corporale. Ma è questo che ci si deve attendere da un politico cattolico per credere nella sua determinazione? Come si deve comportare il buon cristiano in politica? «Penso che sia importante stare attenti alle strumentalizzazioni – spiega Moriggi –. Rispetto le scelte di alcuni cattolici ma a volte si tende ad estendere il pensiero o i comportamenti di una persona a un gruppo, questo non è sempre corretto». «Alcuni politici si presentano come la mano di un clero che non rappresenta in realtà tutto il mondo cattolico – ha aggiunto Ruffino Selmi, vice-presidente delle Acli Varesine -. Ci sono persone che sono impegnate ogni giorno nel rendere concreti i valori cristiani. Stare dalla parte degli ultimi per renderli meno ultimi è questa la vera missione che dobbiamo tenere a mente». È quanto predicava Don Lorenzo Milani, che cosa direbbe oggi di fronte ai precari o alle nuove povertà? «Nella famosa lettera all’amico Pipietta – spiega Selmi – Don Milani dice "Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo, beati i poveri perché il regno dei cieli è loro". Stare dalla parte degli ultimi vuole dire in concreto  amare le persone che ci stanno intorno, andare oltre ai luoghi comuni, vivere vicino ai più poveri e a chi vive nella precarietà. Quando penso al valore del lavoro mi chiedo: quale dei politici si preoccupa e vive l’ossessione di garantire il lavoro come diritto sancito anche dalla nostra Costituzione?». In questa campagna elettorale i temi della povertà e dell’immigrazione, salvo in alcuni casi legati a polemiche e provocazioni, sono passati in secondo piano. «Eppure quando un cristiano si avvicina alla politica la sua scaletta deve partire dalle persone più bisognose – ha concluso Sergio Moriggi -. Mi piace pensare alla società come a una grande famiglia in cui si gioisce dei successi dei componenti e ci si prende carico dei problemi. La condivisione e il bene comune, sono gli aspetti dell’agire cristiano che dovrebbero essere valorizzati e contrapposti all’individualismo che sta diventando il male di questo tempo».

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Pubblicato il 10 Aprile 2008
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