Hair: il talento ci fa credere nelle utopie

Lo straordinario cast della versione italiana del musical ha saputo scaldare il pubblico dell'Apollonio. Giovedì si replica

Quando Claude decide di partire per la guerra, alle sue spalle appaiono subito centinaia di bare di americani caduti sul campo. I suoi amici non lo vedono più, finalmente è diventato "invisibile". In fondo essere invisibile e fare miracoli era il suo sogno fin da piccolo, ma ora lo è diventato solo perché è un numero di matricola per la "causa" americana. Anche se sono passati 40 anni dalla prima rappresentazione, chi può avere dubbi sull’attualità di Hair, il musical rappresentato ieri sera, mercoledì 30, all’Apollonio?

Nessuno, soprattutto negli Stati Uniti. La filosofia hippie, guardata sempre in modo ironico qui in Italia, oltreoceano è un mattone storico irrinunciabile, e i timori legati alla guerra in Iraq non fanno che rievocarla in continuazione. Nel testo attuale, si azzarda persino una battuta decisamente mirata: "Noi americani ci crediamo così potenti da poter fermare la guerra, magari un giorno invece attaccheranno New York!". La risposta dell’amico hippie? "No, è impossibile". E in effetti nel 1968 questo sembrava impossibile, così è evidente come lo stesso movimento dei "figli dei fiori", in fondo, fosse un riflesso inverso dell’American Dream, della fiducia nella capacità di cambiamento veicolata dagli Stati Uniti.

Tutte queste riflessioni, però, in questa edizione italiana di Hair che replicherà all’Apollonio il 2 maggio, sono solo una piccola componente, per quanto interessante. La stilizzazione forzata dei personaggi è sempre stata una caratteristica di questo musical, ma per culture differenti come la nostra si fa più evidente e quasi letale. A sopperire questo vuoto, per fortuna, rimane il linguaggio universale delle grandiosi musiche, accompagnate dall’effetto nostalgia che comportano. Fortunatamente, il cast è davvero eccellente, ed ha saputo trascinare il pubblico di Varese (non propriamente hippie) in un’emozione sempre crescente, fino a scioglierlo definitivamente nel secondo e ultimo atto, con una straordinaria "Let the Sun Shine In" in chiusura.

Se dopo tutti questi anni l’effetto patina era in agguato, il riarrangiamento di Elisa si è fatto sentire in modo positivo, rendendo più attuali i brani senza stravolgerli. Bisogna confrontarli per capire le differenze, ma proprio in queste differenze c’è molto. Non c’è un solo membro del folto cast di questo Hair che non sia all’altezza della prova. Divertente Attilio Fontana (non il Sindaco, ma il cantante ex "Ragazzi Italiani") nel ruolo dell’idealista Berger, intenso il Claude di Gianluca Merolli, fantastiche le voci di Sheila (Bianca Arndt) e Crissytia (Kate Kelly). Anche i più giovani, come Alberto Galletti nella parte di Woof, hanno fatto apprezzare il loro talento. Lo spettacolo era musicato e cantato perfettamente dal vivo, ed è stato questo l’ingrediente di salvezza di questo Hair, perché in Italia un musical americano non tradotto, e non riadattato nei testi, rischierebbe altrimenti la freddezza del pubblico.

A coinvolgere emozionalmente la platea, poi, sono stati altri due ingredienti forse meno evidenti ma ugualmente importanti. Il primo è il lavoro di image consulting di Luca Tomassini, che ha portato a scelte efficaci come gli effetti fluo sulla pelle dei personaggi, e poi le coreografie di David Parsons, a tratti provocatorie come lui sa fare.

L’età dell’Acquario, forse, non è mai terminata, perché di idealismi e utopie abbiamo bisogno tutti. Per fortuna, c’è chi ci crede ancora, soprattutto quando scopre il talento.

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Pubblicato il 01 Maggio 2008
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