Una paura che viene da lontano, anzi da vicinissimo

Per lo storico Enzo Laforgia, esperto del periodo della Resistenza, l'"imbarbarimento" del dibattito non favorisce la libera testimonianza di chi c'era e ha visto

È normale che ci sia ancora paura nel parlare di fatti risalenti al 1945? Lo chiediamo al professor Enzo Laforgia, lo storico varesino che ha funto da editor per il volume "25 aprile, notizie sulla Resistenza fagnanese" edito con il contributo dell’Amministrazione comunale di Fagnano Olona. «Purtroppo, e ripeto purtroppo, non trovo nulla di sconvolgente in ciò. Lo dico perchè intorno ad argomenti come la lotta di liberazione è stata combattuta negli ultimi anni una battaglia pubblicitaria manovrata essenzialmente dalla politica, più che dalla storiografia». Si è in sostanza voluto ributtare nel calderone della politica, dove serviva il babau del comunismo, «di fatto inesistente da almeno dieci anni se non di più», temi che per Laforgia dovrebbero finalmente poter essere storicizzati. «È una responsabilità di tutti, bisognerebbe fare un passo indietro rispetto a un dibattito pieno di livore, di conflittualità, di strumentalizzazioni, di un’interpretazione distorta della par condicio per cui mi si è chiesto, delle volte, di portare ai dibattiti nelle scuole sì il testimone dei lager, ma anche il repubblichino di Salò».

I temi della Resistenza, della guerra civile (così la chiama uno storico come Claudio Pavone, vicepresidente dell’istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione) combattuta per venti mesi fra gli antifascisti pro-Alleati, già divisi in correnti politiche assai distanti, e le ultime leve del regime morente tenuto in piedi dalle baionette naziste, «sono affrontate oggi da un dibattito imbarbarito, affidato alle voci sbagliate. Se vado a un convegno sui trapianti, con la conoscenza limitata che ho della materia, non pretendo di dire la mia e aver ragione a tutti i costi». Parlino gli storici insomma, più e prima dei politici. Perchè quella paura di esporsi di persone che hanno molte primavere sulle spalle, più che da qualche pur sgradevole episodio di cronaca, può dipendere anche dalla consapevolezza di un certo vento che spira, di un clima di aspre contrapposizioni sulla costruzione della memoria. «E in questa atmosfera si esaltano quei problemi irrisolti con il proprio passato che spesso bloccano le persone, lo sappiamo bene. Succede ancora oggi, 2008, di "scoprire" testimoni di Auschwitz che hanno taciuto per tutta la vita e solo con difficoltà si aprono al racconto pubblico».
Le risse mediatiche sul passato risvegliano fantasmi sopiti. Per noi che abbiamo vissuto epoche tranquille, di pace, sono lenzuoli in aria e basta, con cui giocare alla guerra. Per chi la guerra l’ha vista davvero, per chi ha vissuto il terrore, udito il rombo dele granate e visto il sangue dei caduti, sono piaghe aperte nell’anima.

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Pubblicato il 04 Giugno 2008
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