Viviani: “Per vivere bene bisogna essere inventori”
Ascoltare e amare il silenzio. Il poeta psicanalista senese è intervenuto in un incontro al centro "Apriticielo"
La capacità di ascoltare è passata di moda. Non si ascoltano più gli altri, raramente ascoltiamo noi stessi. Un crollo che suscita allarme, induce a cercare soluzioni, al punto che sono sorte delle "scuole dell’ascolto", per rialfabetizzarsi e recupare una dimensione umana fondamentale. Una tesi forte, al limite della provocazione, forse spiazzante, che è stata proposta, e riccamente argomentata, da Cesare Viviani, un personaggio sfaccettato e originale, che da anni intreccia, nella sua vita, pratica psicanalitica e una ricerca poetica ultratrentennale tra le più varie e feconde. L’incontro con Viviani si è svolto a Varese, presso il "Centro per la cura e lo sviluppo della persona Apriticielo", realtà vivace e interessante che propone serate di approfondimento come questa, durata tre ore filate e ospitata da una sala che presto si è riempita di pubblico (prevalentemente femminile).
Ascoltare non è più possibile in un mondo come il nostro, che Viviani definisce "dell’esteriorità e dell’ostentazione". «Il valore primario nel nostro presente – spiega Viviani – è quello economico, del denaro che si possiede, delle cose che si vantano e delle quali ci si riempie la casa. Il valore mercantile ha cancellato ogni altra realtà». Trionfano le competenze e i tecnicismi, vengono lasciati fuori dalla porta l’affettività e le grandi domande sul senso della vita, sul nascere e il morire. Affetti, interrogativi sulla vita, dubbi sul suo senso, sono lasciati da parte: procurano ansia e incertezza, distogliendoci da un sano investimento di energie nella convinta edificazione della società del benessere.
Tutto questo, dice Viviani, ci porta ad un’esistenza sempre più solitaria e individuale, che ci rende insoddisfatti. Una condizione che percepiamo, magari confusamente, e dalla quale, a poco a poco, cerchiamo di uscire. Come? Cercando di riappropriarci della capacità dell’ascolto, un percorso tutt’altro che facile e dall’esito positivo. «Un percorso difficilissimo – spiega il poeta-psicologo di Siena -, dato che deve fare i conti con le tante facce del non-ascolto». Non può essere un buon ascolto se diventa abitudinario e compiaciuto. Non lo può essere se si accetta che diventi passivo ricettacolo di sfoghi e frustrazioni altrui.
Si deve accettare il limite delle cose umane, ci si deve accettare come limitati. E condividere, con chi ascoltiamo, «una comune dimensione umile e amorosa, consapevoli che qualcosa ci sfuggirà sempre, qualcosa di grande e incommensurabile». E, su questo fronte, molto ci possono insegnare poesia e psicanalisi, luoghi di confronto continuo con l’al di là di noi, con il limite nostro e altrui. Una psicanalisi, rimarca Viviani, «da non confondere con la terapia, ma da considerare percorso di conoscenza». Per stare meglio, insomma, dobbiamo essere tutti un po’ meno "seguaci", che applicano idee e cose fatte da altri, e un po’ più "inventori", capaci di aggiungere un frammento, seppure piccolo, assolutamente nostro e originale.
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