Uragano Babaman: “Essere rasta non significa solo canne e treccine”

Uscito il nuovo album del cantante milanese. Questa sera, venerdì 4 luglio, la sua esibizione nel Varesotto.

È in uscita il suo nuovo album "Dinamite", un lavoro importante dove collabora con artisti della scena raggae europea del calibro di Jah Lingua e Chulito Camacho. Lui è Babaman, o meglio, l’uragano Babaman, il cantante italiano che sa spaziare dal raggae alla dancehall al raggamuffin. Si esibirà venerdì 4 luglio al festival di Albizzate.

Come vive Babaman la musica? Uno strumento per trasmettere qualcosa o un semplice diletto?
«Per molte persone fare musica è uno sfogo, un gioco. Per me no, io sento il bisogno della musica, io sono Babaman, se non faccio musica sto male».

Lei segue la religione del rastafarianesimo, la musica è uno strumento per trasmettere qualcosa?
«In Italia trovo che ci sia molta ignoranza sul tema. Da noi un rasta è quello che si fa le treccine, quello che si fa le canne, piuttosto che il nero che suona il tamburo. Invece non c’entra proprio nulla. Il rastafarianesimo è un’evoluzione del cristianesimo. Essendo noi un paese cristiano cattolico dovremmo sapere che la cultura rasta fa molto più parte della nostra cultura di quanto ci si potrebbe aspettare. Io in questo senso tento con i miei testi, con i miei comportamenti, di proseguire la mia missione che è quella di diffondere la cultura rastafari».

Ci spiega come la sua religione interpreta la marijuana?
«Quello della marijuana è un discorso facoltativo. Il suo uso nasce da una tradizione con un significato profondo. Veniva infatti usata fin dai tempi del vecchio testamento nelle sinagoghe dove veniva aspersa nelle cerimonie religiose. Ma era usata in un certo modo. A me dispiace quando nei miei concerti arriva un ragazzino che mi dice "baba io mi faccio le canne tutto il giorno" e magari pensa che io gli dica bravo. Non è assolutamente così che la penso, e non è quello che io voglio trasmettere».

Non pensa che il continuo riferimento alla marijuna e al consumo di cannabis mortifichi il messaggio della sua musica, in realtà molto più profondo?
«La questione della canna non è un messaggio che io volgio trasmettere, magari ne parlo perché è una cosa di cui faccio uso, ma quelli sono i momenti in cui Babaman parla di sé, della sua vita. Tengo sempre a precisare che l’uso non è abuso, che un rasta fariano non è colui che si fa le canne, anzi nell’associazione rastafariani italiani siamo più o meno 200 e la gran parte non fuma neanche. Purtroppo anche su questo c’è un po’ di ignoranza e di incomprensione e questo mi dispiace».

Qual è il rapporto di Babaman con l’attualità, con la politica?
«Di politica ce ne è una dose massiccia nelle mie canzoni perché comunque esprimo in ogni frase quello che penso. Sicuramente non faccio politica partitica. Non mi rivedo in nessun partito, sono un antifascista e anticomunista però non mi affido ai politici, non vado a votare. Mi rifiuto di votare il meno peggio».

Una frase in una delle sue canzoni mi ha molto colpito: "la gente si confonde/ vede un marocchino e pensa solamente a bombe/ vede un musulmano e dice/ questo cosa vuole da me?/ e questo è solo il frutto di quello che vede nella televisione".  Una frase attuale in un clima dove l’emergenza sicurezza aumenta mentre i crimini diminuiscono
«Ne parlavo proprio poco tempo fa con un amico. È successo pochi giorni fa un fatto di cronaca: un italiano ha stuprato una marocchina. Ho letto su un giornale in un angolino della pagina: "Uomo violenta ragazza di 23 anni". Se fosse stato il contrario, un marocchino che stupra un’italiana, noi avremmo trovato la notizia in prima pagina con il titolo: "Marocchino violenta italiana di 23 anni". Queste cose fomentano l’odio, fanno si che non si verifichi l’integrazione. Che queste persone rimangano sempre da parte e si verifichino sempre più fatti di violenza. È un odio strumentalizzato. Cavalcato e amplificato da qualcuno che lo fa per fini politici».

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Pubblicato il 04 Luglio 2008
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