Truffa per 2,8 milioni nel mercato delle auto
La Guardia di Finanza ha scoperto un'organizzazione che attraverso un complesso sistema riusciva ad importare auto di fascia elevata e a rivenderle senza pagare l'Iva
Sei arresti domiciliari e due mandati di cattura europei, 2,8 milioni di euro in Iva evasa su un giro d’affari che raggiungeva i 14 milioni, quasi 700 automobili messe in commercio con guadagno illecito. Queste le risultanze dell’ Operazione Merkur condotta in porto della compagnia di Busto Arsizio della Guardia di Finanza coordinata dal sostituto Giovanni Polizzi della Procura bustese. Nata da un banale controllo fiscale su di un autosalone, l’operazione è strettamente connessa alla precedente e meno vasta operazione Carosello condotta sempre dalla GdF bustese nell’ottobre 2007.
Nel mirino di finanzieri e, vista l’entità dell’evasione, Procura, è finita una società cui facevano riferimento due autosaloni ad Olgiate Olona e Legnano che vendono automobili di fascia alta. «Un caso di scuola, classico, ma che ha richiesto un grosso lavoro» l’ha definito il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Varese, colonnello Antonino Maggiore, che con il nuovo capitano al comando della compagnia bustese, Diego Serra, il pm Polizzi e il Procuratore Francesco Dettori ha illustrato i termini della vicenda.
In sintesi, attraverso un sistema di triangolazione gli arrestati riuscivano a non pagare l’Iva del 20% dovuta per l’acquisto delle auto, rivendendole poi a prezzi decisamente concorrenziali e con lauto guadagno. Dal 2004 fino alla conclusione dell’operazione con le misure cautelari, quasi 700 auto sono state acquistate tramite due "basisti", in prevalenza in Germania a Monaco di Baviera, ma anche in Austria. L’organizzazione, di cui i due erano l’elemento chiave, sfruttava la connivenza di prestanome vari (fra questi anche un musicista) che a Roma aprivano partite Iva fittizie – «società-cartiere» nel gergo delle Fiamme Gialle, in quanto produttrici di fatture, naturalmente false, oltre che pronte a chiudere ai primi accenni di controlli per poi riaprire sotto altra veste. Queste "società" si inserivano come intermediari facendo figurare con un giro di fatture che l’Iva fosse stata pagata, ma non era così. In realtà il contatto tra i fornitori intracomunitari e gli autosaloni era diretto in tutto tranne che in questi pezzi di carta.
«La base operativa era qui in Italia, presso la società Dante Rimoldi» ha dichiarato il Procuratore Dettori riassumendo la vicenda, difficile da seguire per chi non avesse almeno una minima preparazione da fiscalista. La frode messa in atto consisteva nel far "nazionalizzare" il bene acquistato tramite le società-cartiere intermedie, mascherando l’affare diretto con false fatture emesse dai prestanomi romani. A questo si aggiunge anche un falso nell’immatricolazione dei veicoli, relativo alla dichiarazione di aver adempiuto agli obblighi fiscali. «Il sistema è andato diffondendosi» nnota il colonnello Maggiore. «Lo schema è pericoloso. La legislazione specifica è stata rafforzata, ma la dissuasione ha funzionato solo in parte. Sicuramente esistono altri casi del genere, le nostre operazioni li indurranno probabilmente a cambiare strategia. Quanto alla nostra, è di controllare a campione le nuove partite Iva che vengono aperte, per vedere se funzionano realmente come aziende, con contabilità e tutto, o sono fittizie».
L’indagine nasce quando i finanzieri della compagnia bustese si accorgo che c’è «una discrasia evidente» tra il reale volume d’affari degli autosaloni e quando veniva dichiarato all’erario.
Le auto arrivavano direttamente in concessionario dall’estero; controllando i bonifici si è capito che la società versava direttamemente al fornitore straniero. Tutto questo non quadrava però con la contabilità dell’azienda. Le auto risultavano andare a società-cartiere italiane e da lì alla concessionaria. Nel passaggio spariva magicamente l’Iva, inghiottita dall’opacità del sistema fiscale italiano. Procedendo nell’indagine, coinvolta la Procura per l’entità delle cifre evase che portava a conseguenze di rilievo penale, si è proceduto anche con perquisizioni. Eccellente, riferisce il sostituto procuratore Polizzi, la collaborazione con le autorità giudiziarie e di polizia tributaria tedesche, molto attente a questo tipo di reati: anche in Germania si sono sequestrati documenti e uffici. «Ma la cosa importante» rimarca il magistrato «è che seguendo una prassi introdotta dalla UE dal 2001 e fin qui poco usata in Italia, abbiamo incriminato la società, sequestrato i conti in banca ad essa intestati in cui si trovava buona parte dei proventi illeciti». Non si arriva con i conti correnti alla cifra dei 2,8 milioni di recuperare all’erario, così è stato messo un vincolo sugli immobili della società, che potranno eventualmente essere impiegati per il completo recupero dell’ammontare di tributi evasi.
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