Accoglienza per i minori stranieri, sì “ma con percorsi di autonomia”
Così don Massimo Mapelli della Casa della Carità di Milano, severo con il quadro normativo attuale: "Non si possono buttare al vento soldi per mantenere un minore mesi e anni, e poi metterlo in strada"
Il minore straniero che si trova accolto in comunità è un piccolo patrimonio che non si può sprecare. Ne è convintissimo don Massimo Mapelli, repsonsabile dell’accoglienza presso la Casa della Carità di Milano, presideuta da don Virginio Colmegna. Non si scompone certo per la piccola vicenda dei sette egiziani di Busto Arsizio, goccia nell’oceano immigratorio della megalopoli padana, ma è chiaro che si è vicini ad uno dei punti che più gli stanno a cuore. La carità dell’istituzione milanese, un "gigante del bene" che costa tre milioni l’anno, sostenuto da una rete di fondazioni e donatori, è molto "lombarda", ossia pratica e capace di guardare avanti e progettare un futuro, un «percorso di autonomia» come dice don Massimo.
«Certo ogni ragazzo ha storie diverse, è la realtà milanese ha numeri più grandi di quelle di provincia, ma resta un problema comune» osserva il religioso. «Quando il minore straniero arriva alla maggiore età, magari dopo essere rimasto alcuni anni in comunità, al costo anche di 110-130 euro al giorno per il Comune di turno – è assurdo lasciare che finisca semplicemente per strada, con il rischio di cadere nella clandestinità». E le normative non hanno fatto, a detta di don Massimo, che passi indietro in tal senso. «Fino a qualche tempo fa, quando a diciott’anni il ragazzo straniero non aveva ancora un inserimento scolastico o lavorativo definito si concedeva un "prosieguo amministrativo" che di fatto era come una sorta di proroga della minore età e del relativo permesso. In seguito si è cominciato a fare lo stesso, ma "senza oneri" – un puro permesso di soggiorno e arrangiarsi». Ulteriore giro di vite ed inasprimento delle norme, ed ecco che al diciottenne, che si pretenderebbe adulto in una società in cui ormai quasi nessuno lo è prima dei trenta, viene ora concesso un permesso di soggiorno per attesa occupazione della durata di sei mesi. Se in quel torno di tempo non trova un’occupazione regolare, diventa un fuoricasta e scivola nella marginalità, da cui è difficile poi uscire.
Per questo, conclude il sacerdote, non ci si può limitare a spendere un sacco di soldi per poi creare… un clandestino un po’ più grande di quando era arrivato. «La sicurezza si fa con l’accoglienza» dice don Massimo Mapelli sulla base di esperienze difficili ma di successo. Non un’assistenza sine die ma un avviamento ad inserirsi nel contesto italiano: casa e lavoro come parole magiche. Dalle cose più semplici, per partire: dalle pulizie, dalla cucina, sono nate delle piccole cooperative, con la Casa della Carità come sbocco "garantito" ma capaci di avere una loro clientela. E chissà che queste iniziative non trovino imitatori anche altrove, dove vi sono mezzi forse più modesti, ma la stessa buona volontà.
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