“Se il rilancio della città doveva passare da questa partita…”

Dal campo alla citta: la Busto "doc" commenta la disfatta. Tre voci autorevoli per cercare di dare un senso alla grande delusione patita dalla Busto biancoblu. Un ex sindaco, un europarlamentare e un esperto di tradizioni locali dicono la loro

Al parere del sindaco Farioli, tifoso che non ha bisogno di presentazioni, affianchiamo tre voci bustocche doc, tre voci di tifosi e meno tifosi che ragionano sulla squadra e sulla città all’indomani del giorno più nero della storia del calcio biancoblu.

Per età ed esperienze pregresse il sindaco emerito della città Gian Pietro Rossi è uno che ha facoltà di alzare il dito e dire la sua, con licenza di fustigare malcostumi e brutture. «Ero allo stadio accanto a Farioli, ho sofferto» confessa. Gli anni passano, ma gli affetti sportivi quelli restano, e il cuore, allo stadio, ha sempre tredici anni anche se i capelli sono bianchi. «Per carità, in Italia siamo sessanta milioni di commissari tecnici, però vista così la Pro Patria mi chiedo se l’ordine non fosse quello di portare a casa il pareggio. O l’ordine era di non volare, o la squadra davvero è discontinua, con alti e bassi». Cinque minuti di calcio-champagne, poi un blackout con lampi improvvisi. «Ho visto ragazzini e ragazzine soffrire in tribuna, e pi dire che era stata la partita più brutta dell’anno. Ma proprio questa dovevano andare a sbagliare? Il Padova invece era quadrato» riconosce Rossi. «Certo che così l’abbiamo proprio buttata via, e occasioni così non si ripetono tutti gli anni». Un eufemismo: l’ultima volta che si trattava di rimanerci, in B, Rossi era… un giovanotto di belle speranze. «All’inizio avevamo tutte le porte spalancate, con quelle vittorie di fila. Finire così è una mortificazione. Se il rilancio della città doveva passare per questa partita, lascio a voi le conclusioni…»

L’europarlamentare (ormai "a vita") Francesco Speroni non è un tifoso di calcio. Però la sconfitta brucia lo stesso. «Come bustocco sono davvero dispiaciuto, è pur sempre la squadra della città». Un simbolo. «E così come sono felice quando i Genoni e i Pellizzari fanno i loro record di apnea e illustrano il nome di Busto nello sport, così sono colpito da questa sconfitta». Speroni non rinuncia però alla sua vena di provocatore "non ortodosso". «Il calcio oggi è purtoppo slegato dalle realtà territoriali» osserva da buon leghista. «Guardate questa squadra: giocatori, tecnico, eccetera, nessuno di qui: potremmo spostarla, che so, a Lodi, e nulla cambierebbe». Tranne che per i tifosi… «Vero: ma il tifo non è una cosa razionale. Ci sono sport in cui si tifa per un campione, che so, Valentino Rossi, e lo si segue anche quando cambia "casacca": nel calcio si tifa invece per i simboli, le magliette, i colori. Purtroppo noto che dentro queste magliette biancoblu non ci sono ragazzi della nostra zona, e piacerebbe rivederne. Quasi tutti i campioni del passato erano di queste parti, in fondo. L’Inter di milanese ha solo il patron: noi nemmeno quello».

Una miniera di aneddoti è sempre Luigi Giavini, esperto di tradizioni cittadine e autore di un noto dizionario della lingua bustocca. «Domenica ero a fare il nonno in Valcuvia» confessa, «però mi dispiace davvero. È un gioco, va preso così. Da ragazzino ne ho visti di questi momenti in cui crollava tutto nel finale, si oscillava fra la A e la B ai tempi, erano gli anni Quaranta-Cinquanta», allo stadio si andava con la stessa passione. «Racconterò una vicenda che ricordo ancora di quei tempi. Quando il famoso asso Ladislao Kubala era a Busto Arsizio, portatovi dall’allora presidente Cerana ma impossibilitato a giocare per una squalifica (di natura "politica", ndr), viveva in un appartamentino accanto a mio suocero, Ireno Cerini. Fuggito dall’Ungheria comunista, era totalmente in bolletta: fu mio suocero a pagargli la cura dal dentista per un ascesso. Trent’anni dopo, quando allenava la nazionale spagnola, Kubala tornò apposta a Busto per reincontrare mio suocero, ricordandosi ancora di lui». Scenari da libro Cuore. «Voglio però dire una cosa» aggiunge Giavini tornando al presente, più prosaico. «È stato bello quest’anno vedere rinascere intorno alla squadra lo spirito di appartenenza alla città, e un senso di unità. Io spero che non si limiti allo sport, che non finisca qui ma che sappia trasferirsi ad altri ambiti, dare a noi tutti la forza di tirarci fuori da questo languore, da questo mix di sfiducia e confusione che affligge la città».

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 22 Giugno 2009
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