Gli schiamazzi che inquinano il web
Una riflessione sullo stato della rete e sui rischi che si stanno correndo
“Che cosa è diventata la discussione su internet nel 2010?”
Gianni Riotta, direttore del Sole 24ore, pubblica un lungo editoriale per affrontare allarmato lo stato della rete. “Cara, vecchia internet vai sul sito www.verità” è il tiolo dell’articolo sotto un lapidario “il declino del web”.
Riotta fa suoi alcuni ragionamenti di Jaron Lanier, uno dei primi guru della Silicon valley, preoccupato per “l’appiattimento dei contenuti online, che motori di ricerca come Google e l’enciclopedia scritta dagli utenti Wikipedia, importano sulla rete”.
Il direttore non se la prende però solo con il popolare motore di ricerca e la più grande enciclopedia mondiale, ma va all’attacco del web 2.0, dei blog e di una certa piega che internet starebbe prendendo. “Mettere ogni giorno insieme, senza alcuna selezione, gli argomenti dei filosofi e le arrabbiature del tizio davanti al cappuccino tiepido, l’analisi economica di un Nobel e lo sfogo del qualunquista di turno, può essere celebrato dagli ingenui alla moda come «open source» e «democrazia di rete»”.
Solleva così un tema caldo, importante che emerge spesso dalle riflessioni di chi usa internet.
Come si può garantire una buona partecipazione senza perdere in qualità?
“La rete, – prosegue Riotta, – è e resterà il nostro futuro. I nostri figli ragioneranno sulla rete. L’informazione dell’opinione pubblica critica passerà sempre più dalla carta alla rete. Dunque non dobbiamo permettere ai teppisti di inquinarla con le loro farneticazioni e garantirne l’informazione, la cultura e l’eccellenza contro l’omogeneizzazione e il qualunquismo”.
E come non essere d’accordo? Ma quale sono le azioni da fare? Quali le strategie?
Con questo articolo Riotta sembra però fare un passo indietro, quasi a scusarsi per aver sostenuto tenacemente in passato la necessità di una maggiore diffusione della rete.
Internet, ha ragione Michele Mezza, non è semplice strumento di comunicazione, è un alfabeto. È qualcosa che sta mutando in modo antropologico il nostro agire quotidiano. I concetti di spazio e di tempo subisco mutazioni profonde ed è normale quindi che si viva con fastidio questa “deriva” possibile del web verso una sua volgarizzazione. Ma non può esser questo a spaventare quanti gestiscono la comunicazione.
Internet ha il grande merito di aver allargato incredibilmente il numero dei lettori, di coloro che fruiscono dell’informazione. Fino a oggi la sua evoluzione è andata verso la ricerca di sempre maggiore interazione tra i suoi utenti. Lo sviluppo dei social network segue tutto quel fenomeno straordinario che prende il nome di wiki. C’è voglia di partecipazione, di un protagonismo attivo. Voglia di allargare la narrazione anche partendo da fatti di semplice vita quotidiana.
Purtroppo però non è solo questo. E per rendersene conto basta guardare anche solo ai commenti che spesso appaiono sul nostro e altri giornali. Insieme a tanto altro emerge il rancore, il disprezzo dell’altro, la rabbia, l’incapacità di sviluppare riflessioni serene e positive. E l’anonimato che noi accettiamo favorisce questo modo di esprimersi. Tutto vero. E allora? Fa male ammetterlo ma occorre avere il coraggio di affermare con chiarezza che questo è lo specchio di ciò che stiamo vivendo. Chi ha la responsabilità di narrare le storie delle comunità, oltre che di raccontare i fatti, deve scegliere quali sono le priorità. Ha il potere e il dovere di fare le domande, ma anche di farsi delle domande. E la prima per chi si occupa di web e giornalismo oggi è quale possa essere il ruolo dei cittadini.
Noi non possiamo sceglierci i lettori, e per fortuna. Questi sono quello che sono. Possiamo eliminare i commenti offensivi, quelli violenti, quelli più distruttivi, ma andare oltre vorrebbe dire rinunciare a spazi di libertà, ma soprattutto alla possibilità di avere una grande opportunità di leggere come è messo il mondo. Dai commenti dei lettori emerge l’umanità o la disumanità, la profondità come la superficialità. Poi sta a noi "professionisti" della comunicazione dare maggiore o minore spazio alle questioni.
Edgar Morin, uno dei maggiori pensatori viventi a 88 anni sostiene che “la Rete può aiutare la pace e la libertà, ma anche il contrario. Nella Rete c’ è un contrasto tra due tipi di etica: un’ etica della libertà che lascia spazio a tutte le opinioni, anche a quelle che le vanno contro, e un’ etica della comprensione umana, legata alla natura universale di Internet, che supera la semplice comunicazione. La comunicazione trasmette solo informazioni, che vanno organizzate e contestualizzate per arrivare alla conoscenza. Il passo successivo è la comprensione umana, ma ci vuole un minimo di empatia o di simpatia tra le persone”.
Insieme alla possibilità di aver allargato la partecipazione e continuare a estendere la sua diffusione va perciò cercata la strada per tenere sempre più in considerazione la qualità della comunicazione e delle relazioni.
Non si deve dimenticare però che nel nostro Paese esiste un grave problema culturale e di formazione e se non ripartiamo da qui servirà a poco ogni ragionamento. Assisteremo sempre più agli schiamazzi e a commenti simili ai cori degli stadio. È un prezzo che va comunque pagato. Occorre saperlo e bene ha fatto Riotta a sollevare la questione.
Il direttore termina poi il suo articolo con spunti ironici verso i tanti che inondano la rete di insulti e sciocchezze di vario genere. Prima però lancia alcune ulteriori riflessioni positive.
“Riportare sulla rete quei canoni di serenità, autorevolezza, vivacità, impegno, buona volontà, dibattito, critica che sono da sempre trade mark della libertà, dell’onestà, della ragione. Senza perderne la ricchezza, la spontaneità, l’uguaglianza”. E prosegue affermando che “la rete 2010 deve diventare questa città ugualitaria: dove gli esperti e l’informazione di qualità parlano ai cittadini, e i cittadini fanno sentire la propria voce senza rancori e follie anonime”.
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