“Il modello multiculturale non funziona”
Oltre 130 persone hanno partecipato all’incontro sul Bonus bebè, organizzato dalle associazioni che avevano fatto causa al comune. Intervento anche del direttore della Caritas Milano
«La multiculturalità non funziona, serve altro per evitare inutili conflitti». Doveva essere una serata sul bonus bebè ma è diventato un incontro per trovare come convivere tra culture diverse. È quanto è emerso nella serata organizzata a villa Truffini, mercoledì sera, dedicata alla doppia sentenza dei giudici che hanno condannato il provvedimento del comune di Tradate. Delibera che prevedeva un contributo ai nuovi nati, ma solo se entrambi i genitori erano cittadini italiani e residenti in città da almeno cinque anni. Le due sentenze hanno giudicato discriminatorio il bonus bebè, condannando il comune a elargire il contributo alle famiglie che non lo avevano avuto in tre anni.La serata era organizzata dalle associazioni Farsi Prossimo e Avvocati per Niente, che avevano promosso la causa legale, con il contributo delle associazioni Pax Christi, Acli e sindacati Cgil Cisl e Uil. Presenti oltre 130 persone, tra cui nel pubblico anche il parroco di Tradate, don Erminio Villa. Non era presente nessuno dell’amministrazione comunale.
«Ma sono i giudici che sono impazziti o sono gli amministratori che non conoscono certe regole? – ha esordito l’avvocato Alberto Guariso che ha portato avanti la causa contro il comune di Tradate -. Sono una quarantina i casi che stiamo seguendo di questo tipo in tutta la Lombardia. In tutti è in gioco la parità dei diritti e molti giudici ci hanno dato ragione, come qui. Le motivazioni adottate dal comune
nel ricorso, dicendo che il provvedimento era per aiutare la natività tra italiani per non far perdere la cultura, erano assurde. Come se il rapporto di cultura fosse una questione numerica, come si fa nelle guerre etniche. Sono giustificazioni inconsistenti che fanno rabbrividire».
nel ricorso, dicendo che il provvedimento era per aiutare la natività tra italiani per non far perdere la cultura, erano assurde. Come se il rapporto di cultura fosse una questione numerica, come si fa nelle guerre etniche. Sono giustificazioni inconsistenti che fanno rabbrividire».«Ci tenevo a tentare di dedicare questa riflessione a chi si riconosce nelle radici ebraico cristiana – ha aggiunto Don Roberto Davanzo, direttore della Caritas Milano -. Bisogna mettere da parte la paura. La grossa riflessione riguarda il modo in cui noi concepiamo l’identità. Quella cosa che sentiamo minacciata da chi è diverso da noi. Non funziona il modello multiculturale perché altrimenti si creano solo tante isole a sè. Bisogna che si pensi a un modello di convivenza diverso. Questo mi disturba come prete: l’intercultura mi spaventa ma serve una reciproca contaminazione. Oppure ci aspetta un futuro di conflitto e conflitti. C’è la fatica di immaginare come il mondo di Tradate, Varese e Milano sarà nei prossimi 50 anni. Non possiamo lasciare che le cose vadano da sole».
La parola è poi passata a Sergio Moia, a nome della Cgil Cisl e Uil: «Noi come sindacalisti abbiamo incontrato spesso gli stranieri perché vengono qui per cercare un lavoro. Viviamo spesso le contraddizioni della loro situazioni. Dovremmo discutere su come riformare la Bossi fini. A mio parere tornare alla legislazione precedente. Magari premiando quei requisiti che facilitano l’integrazione come la conoscenza della lingua. Non si tratta di essere buonisti».
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