“Varese, moda e mode”: fedeltà secolare al lavoro e all’inventiva

Un territorio in cui «il prodotto principale è stata l'imprenditorialità stessa», per Pietro Macchione, autore del terzo volume della collana edita da Univa

Un museo come il MAGA di Gallarate, che vive, per dirla con le parole della direttrice Emma Zanella, «un pluralità di esperienze culturali», sede prestigiosa per presentare un volume che omaggia la nostra terra. "Varese Moda e Mode" di Pietro Macchione è il terzo volume di una collana che ripercorre e vie dell’industrializzazione "alla varesina" (e alla bustocca, alla gallaratese ecc.) edita dall’Unione degli Industriali della Provincia di Varese (Univa).
I primi due volumi, "Velocità Varese" e "Immagine Varese", erano dedicati rispettivamente alla mobilità e alla promozione dei prodotti e del territorio; l’opera di Macchione prende in considerazione tutto ciò che nei secoli ga fatto moda, tutto cioò che "vendeva", materialmente o virtualmente, perchè soddisfaceva l’occhio non meno della necessità. Si va così dall’arte dei nostri monumenti antichi e moderni ai cibi tradizionali, fino ai settori industriali, quelli "maturi" e quelli recenti.

Ad affiancare Macchione nell’esposizione dei temi era il presidente di Univa, Michele Graglia. Dopo un doveroso apprezzamento per il MAGA («realizzazione assolutamente degna di una città come Gallarate, contrasta con la lamentela spesso udita che dalle nostri parti si fa poco per la cultura»), Graglia ripercorre due degli aspetti centrali del volume di Macchione: il fondamento del successo varesino nella presenza di antichi mercati, vie di scambio e nella conseguente abitudine/abilità di trattare non solo con i propri corregionali, ma con gli stranieri, con i visitatori d’Oltralpe, di fiera in fiera. Dal Medioevo ad oggi si giunge così alla situazione attuale in cui, ricorda Graglia, ben il 35% della produzione industriale provinciale varca i patri confini nazionali. Condizioni sociali e deconomiche favorevoli fecero sì che «vere dinastie di magnati-imprenditori "coprissero" i vari settori: tessile e meccanico in testa, ma anche tanti altri». E vennero i calzaturifici, le pelletterie, l’occhialeria, i mobili, le ceramiche, gli oggetti per la casa, e così via. Perchè non si vive solo di prodotti indispensabili, ma di tutto ciò che è bello. E se al MAGA si celebra l’arte moderna, nel senso più lato del termine rientra anche buona parte della produzione industriale. «I nostri imprenditori, da mercanti che erano, si sono specializzati anche in prodotti e servizi per la moda» ricorda Graglia. Che ammonisce quindi a non farsi prendere la mano, appunto, da una moda di segno contrario: «Si è puntato un po’ il dito, con la crisi, contro l’effimero, addebitandogli lo scoppio della “bolla”. Ma dico: piantiamola di fare osservazioni ideologiche sulla produzione di questo settore, lo sviluppo è stato possibile perchè si è saputo produrre e vendere, anche questa è una chiave di sviluppo sociale. Riportiamo in Italia una sana visione positiva della capacità di produrre, dell’impresa: dopo che la finanza ha fatto i danni che ha fatto, anche su questo un po’ ci si è ricreduti». Un discorso che va appunto a sfiorare aspetti ideologici: perchè anche le percezioni sociali, le "narrazioni", sono pur sempre "mode", sia pure di lunga durata, del pensiero, che si indossano a volte come abiti mentali.

Dato all’industria il suo, Macchione, accompagnato dalle molte immagini che il volume reca, ha poituto dare una sintesi della ricchezza dei contenuti, che svariano come detto dall’arte – con i due "poli" speculari del romanico medievale, affermazione di identità e unità di un territorio, e del Liberty celebrazione del trionfo della borghesia imprenditrice – alle stuzzicanti specialità oggi riconosciute come tesori gastronomici (il miele, le pesche di Monate, gli asparagi di cantello, le formaggelle del Luinese, gli amaretti di Saronno e Gallarate, e via mangiando…) per finire con la celebrazione del lavoro produttivo in tutte le sue forme. Alla chiesa del Dio Onnipotente si affianca infatti già più d’un secolo fa la chiesa del lavoro produttivo: la fabbrica. E la vera vocazione del varesino, quella del fare, emerge ancora una volta. In un territorio ricco di storia ma purtroppo povero di fonti per i secoli antichi, Macchione con ricerche toponomastiche ha identificato non meno di 500 piccoli borghi o frazioni nei 141 Comuni che compongono la nostra provincia. «In ognuno c’erano quattro case, un forno, una chiesa; immancabile qualche attività economica».
Molti personaggi della provincia «sono stati o sono personaggi di riferimnto a livello mondiale, senza però che siano ricondotti a una visibilità specifica di Varese». Che resta in qalche modo tranquilla, nell’ombra, come un carattere che viene attribuito da Macchione fin dai secoli antichi alla comunità, pronta a pagare, nel caso del capoluogo, a più riprese la propria libertà dai gravami feudali pur di non dover rendere conto che all’autorità centrale. Fino ad esplodere nella ricca varietà di settori artigiani e dell’industria, del bello e dell’utile, dalla pelliccia all’aereo da combattimento, dal formaggio di capra al tessuto nobilitato.

Dal Cinquecento, quando «si sa per certo che i bustocchi importavano il cotone da Venezia e Genova per lavorarlo, alla rivoluzione industriale di tre secoli dopo, ai pionieri come il "principe mercante" Dell’Acqua, al grande tessile, con gli opifici da centinaia di dipendenti, fino a un nome prestigioso come quello di Missoni. Passando, nella meccanica, per le grandi aziende, la crisi del secondo dopoguerra, la trasformazione, la grande scoperta dell’industria per la casa, che da noi significò soprattutto il nome Ignis e il cognome Borghi.
Continuità storiche che superano le cesure estetiche e nell’aspetto del territorio, certo più boscoso al tempo delle chiesette e dei battisteri romanici, quando le campane, altra specialità varesina da esportazione, facevano udire i loro primi rintocchi. «Lavoro, industria, bellezza, vanno d’accordo» sostiene Macchione: «l’industria non distrugge, crea, anche arte che sa rivestire con belle immagini ciò che viene prodotto all’interno». Ahinoi marginalizzata nel tempo la più antica delle risorse: la terra. Oggi  l’agricoltura ha poco spazio ma rilancia prodotti tipi, come quelli che sopra citavamo. Un tempo, pochi lo sanno, la provincia di Varese «esportava grandi quantità di vini: vini da osteria, non di altissimo pregio. Anche i nomi geografici, o di luoghi e vie, vi fanno riferimento». Erano ancora i tempi in cui la valle Olona poteva avere un nome per il frutto delle sue uve.
Tale è la ricchezza di settori toccati che Macchione è quasi costretto ad una conclusione: «L’imprenditoria stessa è il vero lavoro del varesotto medio: al di là del prodotto singolo, c’è un prodotto base: la zucca». Nel senso della testa che va messa in qualsiasi attività. Perchè le mode vanno e vengono, ma ad ogni svolta della storia, «nel Varesotto l’attività rinasce trovando sempre nuovi sbocchi».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 23 novembre 2010
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