“Ecco perchè Francesca è un po’ varesina”
Colloquio con Adele Patrini, vulcanica presidentessa di Caos, che è amica da decenni di Francesca e Ambrogio Fogar: il racconto della la "varesinità" della novella naufraga e del suo padre esploratore
«L’Ambrogio era talmente attaccato alla vita… e la Franci è come lui. Spero ci passi, dall’Isola dove ora sta, tutte le emozioni che è capace di trasmettere la vita quotidiana». A parlare, con la stessa vitalità e usando gli articoli come un evidenziatore delle parole, è Adele Patrini: che tutti i varesini conoscono come vulcanica presidentessa dell’associazione Caos, da anni impegnata nella lotta al cancro al seno, partendo dalla sua personale esperienza.
Ed è lei che ha deciso di raccontarci la “varesinità” di Francesca Fogar, la figlia di Ambrogio Fogar, il famoso esploratore morto nel 2005, da una settimana e poco più “naufragata”all’Isola dei Famosi con i “Parenti di”, insieme alla mamma di Valeria Marini o al pronipote di Garibaldi. Adele è infatti amica da decenni della famiglia Fogar, e con Francesca ha recentemente realizzato una video intervista sul suo rapporto con la malattia del padre.
Francesca sull’Isola si sta comportando benissimo – è riuscita persino ad accendere autonomamente il fuoco, elemento fondamentale per il sostentamento di tutto il gruppo ma difficilissimo da ottenere senza "aiuti" – dimostrando una caparbietà degna del suo avventuoroso padre. Ma degna anche della caparbietà dei varesini del nord, di cui condivide una parte di Dna: «Franci è nata il 17 novembre 1975. E’ stata una figlia molto voluta, arrivata dopo il giro del mondo controvento. Francesca è figlia della prima moglie, Maria Teresa, che è di Cassano Valcuvia. Erano due gemelle bellissime, lei e sua sorella: l’altra diventò moglie di Luigi Poggio, famoso primario di Cardiologia a Tradate» spiega, innanzitutto, Adele.
Francesca Fogar non era però chiamata così dal padre: «Io la chiamo Franci, nel reality è conosciuta come Francesca ma in realtà lui la chiamava Margherita. Il suo nome completo infatti è Margherita Francesca Martina. Lui adorava quella figlia, che chiamava “la mia principessa”. Finchè è stato sano, l’adorava quando c’era, ovviamente: faceva infatti lunghi periodi senza vederla, ma quando poi era a casa era un papà speciale. Quando la accompagnava a scuola le raccontava cose, faceva giochi strani, scovava anche all’interno delle cose più banali l’avventura».
Francesca ha anche una sorella, Rachele, figlia della seconda compagna: «Quando è rimasto paralizzato, Rachele aveva solo un anno e mezzo. Il mio rapporto è soprattutto con Francesca, che lo ricorda tantissimo: mette le mani come le metteva suo papà, e in qualche modo in tutti i suoi atteggiamenti continua la sua vita avventurosa».
L’incidente che ha paralizzato dal collo in giù Ambrogio Fogar nel 1992, avvenuto in Turkmenistan, durante il raid Pechino-Parigi ha visto Francesca adolescente: «E’ successo che aveva 17 anni – continua Adele Patrini – Nell’intervista video che ho realizzato (che Adele Patrini ci ha gentilmente concesso e che trovate allegata all’articolo, n.d.r.) per un convegno, dal titolo “donne e salute”, dell’anno scorso, lei fa una grande differenza tra il periodo in cui il papà era sano e quello in cui papà era malato: il papà sano era assente, il papà malato invece era di fatto dipendente da lei. E ha vissuto la trasformazione dal "papà eroe" al "papà bambino" dei tempi della malattia».
Ma Francesca è tostissima, come suo padre, densa di valori che la possono far sopravvivere anche in condizioni estreme «I valori di Francesca sono ben descritti, da lei stessa, nell’intervista: è una ragazza piena di energia, creatività e passione. Diciamo che il valore che si porta dietro lo si può riassumere come “Dna fogariano”, che è molto presente in lei: non solo fisicamente – assomiglia tantissimo a suo padre – ma anche nel modo di prendere la vita, sempre come una avventura. Anche la malattia di suo padre l’ha vissuta come un avventura all’interno del rapporto tra lei e lui, e da Ambrogio ha preso l’attaccamento alla vita. Come del resto l’ha vissuta – e raccontata – anche Fogar stesso. Per dire: ha passato molti anni della sua vita a letto, ma le sue lenzuola non erano mai lenzuola normali, erano sempre di quelle con stampate le nuvole, o i delfini. E affrontava quella situazione come un’altra delle sfide estreme. Per questo ha poi ricevuto il premio Cantello nei primi anni del 2000. L’ho accompagnato io, a Ville Ponti, in quella occasione».
Una occasione testimoniata anche da una foto che li ritrae insieme sul palco delle ville, e che suggella una amicizia lunghissima: «Ho conosciuto Ambrogio dopo il naufragio del Surprise, al largo delle Falkland, mentre cercava di circumnavigare l’Antartide nell’aprile 1979: naufragio che era finito in un mare di polemiche dopo la morte di Mauro Mancini, giornalista della Nazione, che aveva fatto un tratto di strada con lui che si è concluso tragicamente. Dopo quel naufragio scrisse “La Zattera”, un libro che mi affascinò molto e che è stato presentato alla biblioteca di Castiglione l’anno dopo: da lì è nata una amicizia feroce che è proseguita in quei termiini fino al suo ritorno dal polo Nord (1983). E che poi si è estesa alla sua parentela, soprattutto alla Franci e alle sorelle di Ambrogio, Rita (con cui Ambrogio ha anche lavorato come assicuratore, a Monza) e Pupa. Col tempo, si è creato un grande affetto e unione».
Ambrogio Fogar, che dopo l’incidente ha vissuto con il suo caro amico Giampiero Gandolfo a affiancato da due assistenti e circondato dall’affetto dei suoi amici e delle sue sorelle che quotidianamente condividevano le sue giornate, prima dell’incidente ha trascorso diversi momenti a Varese, con Adele o con amici: «Gli piaceva passeggiare per il centro, andare al Passatore o in un ristorantino di Induno Olona a mangiare» ricorda Adele. Che ora, archiviati i ricordi, “tifa” per Francesca, in nome del padre.
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