Anche Gesù userebbe Twitter, ma io non so cosa scrivere
Nello stesso giorno Gianfranco Ravasi, sull'Espresso, ha raccontato perché twitta e David Randall, su Internazionale, spiega perché "per la grande maggioranza credo sia gente ossessionata"
Twitter non è “più utile di andare a origliare in un bar”. A dirlo non è il classico anziano spaventato dall’incalzare della tecnologia, ma David Randall, uno dei più noti giornalisti a livello mondiale.
Curiosa l’attenzione dedicata al social network da parte della stampa italiana. Uno dei classici paradossi fa sì che di Twitter ne parli tanto la carta stampata. Così giovedì scorso su Internazionale è uscito un editoriale, "Le olimpiadi di Twitter", del giornalista britannico, e in contemporanea sull’Espresso una presa di posizione di monsignor Gianfranco Ravasi dal titolo eloquente: “Anche Gesù userebbe Twitter”.
David Randall non ha dubbi. «Non credo sia più utile di andare a origliare in un bar. E per quanto riguarda quelli che twittano, per la grande maggioranza credo sia gente ossessionata, che non esce abbastanza di casa, vuole farsi pubblicità e ha trovato un’altra scusa per tormentarci con le sue banalità».
Sul fronte opposto Ravasi argomenta le ragioni che lo spingono ad essere presente su Twitter. «Ho passato una vita a parlare in pubblico, in chiese e piazze, aule e teatri, sale studi televisivi. Mi sono, così, convinto che un serio messaggio teologico può risuonare in ogni ambiente e su ogni arteria comunicativa, creando sempre un interesse, anzi un fremito – di accoglienza o di rigetto – tant’è vero che perfino il linguaggio informatico usa non di rado il lessico religioso (icona, save, justify, convert…). L’effetto può essere provocatorio soprattutto in un paese come l’Italia non di rado solo verniciato di religiosità».
Randall è sincero nel confessare anche un suo personale disagio. «Twitter, devo ammetterlo, è un aggeggio molto strano. Non perché 140 caratteri sono troppo pochi (anche se in effetti Twitter non è il posto ideale per fare ragionamenti complicati), ma perché all’inizio non sapevo esattamente cosa scrivere».È lo stupore ad animare Ravasi. «Non abbandonerò mai le subordinate, i ragionamenti e i discorsi complessi, ma non posso ignorare questa nuova grammatica che costringe all’essenzialità e alla chiarezza, facendoti dismettere i panni dell’enfasi e della verbosità, soprattutto quando vuoi interloquire coi giovani».
Quanto la “battaglia” tra i fans e detrattori di Twitter si sposta sul nostro lavoro, le posizioni si radicalizzano ancora di più e Randall è molto chiaro. “Ma Twitter è davvero un bene per le notizie? I miei amici della politica interna pensano di sì, anche se la loro definizione di “notizia” (un deputato che sfoggia una nuova ventiquattrore, per esempio) è piuttosto diversa dalla mia. Per le notizie dell’ultim’ora, Twitter è inutile. Certo, ogni tanto può anticipare di qualche minuto le agenzie di stampa e i canali all news. Ma per non aspettare qualche minuto in più si rinuncia a fonti sicure”.
La partita è ora davvero aperta. Basterà solo un po’ di pazienza per verificare quanto impatto avranno i miliardi di cinguettii che ogni giorno invadono milioni di smartphone.
Intanto condividete gente…
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