Stefano “Edda” Rampoldi torna in scena con un nuovo album
L’artista milanese ritorna sulla scena con il secondo disco dal titolo "Odio i vivi"
Acuta, prepotente, dolce, distorta. Servirebbero mille altri aggettivi per descrivere la voce di Stefano “Edda” Rampoldi, cantautore milanese ex leader di una delle band maggiormente di culto del panorama dell’hard rock italiano anni novanta, i Ritmo Tribale. Ritorna con un nuovo album da solista, precisamente il secondo, dal titolo inequivocabilmente provocatorio, a mo’ di slogan: Odio i vivi (pubblicato dall’etichetta indipendente Niegazowana). La poetica naif e surreale dei testi, il timbro vocale graffiante e l’acidità della chitarra sono sorretti dagli arrangiamenti di Stefano Nanni. L’album è un insieme onirico di ritratti femminili (che si esemplificano in canzoni come Anna e Tania) uniti a squarci visionari a loro volta contornati da dubbi, angosce e timori che affliggono un’anima inquieta in cerca di appagamento(per esempio il brano Qui). Il percorso di Edda (Stefano) è infatti caratterizzato da una continua ricerca di pace, lontano da un mondo che ai suoi occhi si presenta inquietante e incomprensibile. Inizialmente sono due gli appigli a cui si aggrappa per ripararsi dalla società: la spiritualità attraverso il movimento Hare Krishna e la musica post-punk in qualità di cantante dei Ritmo Tribale (che già nel nome evocano un non-so-che di esotico e orientale). Con i Ritmo Tribale, Edda si afferma sulla scena nazionale, realizzando album divenuti ormai di culto come Bocca Chiusa (1988) e Mantra (1994) e suonando a festival di rilievo per la musica underground come Arezzo Wave. Ma proprio all’apice del successo, durante il tour “Psycorsonica” nel 1996, Edda decide di abbandonare il gruppo e la ribalta facendo perdere tracce di sé per quasi tredici anni. Si alimenta così attorno alla sua figura una serie di leggende metropolitane piuttosto curiose: c’è chi dice sia stato rapito da una setta, che sia diventato donna, che sia addirittura morto. In realtà Edda ha passato sei di questi tredici
anni lontano dalla scena musicale in balìa della droga, vedendo preclusa davanti a sé ogni speranza. Grazie alla comunità di recupero Exodus, con un programma di disintossicazione riesce a liberarsi dal germe della droga, decidendo di guadagnarsi da vivere svolgendo lavori che non hanno esattamente a che fare con il mondo dell’arte tra cui il muratore, mestiere con cui tutt’ora si guadagna da vivere. “Fare
i ponteggi è un supplizio che mi sono autoinflitto per scontare il karma” -ha dichiarato in un’intervista- “Volevo stare attaccato alla realtà e capire se sono un uomo”. Nel 2009, grazie alla collaborazione di Walter Somà, Edda è tornato, timidamente, sulla scena underground con il suo primo album solista intitolato Semper Biòt (“sempre nudo”) in cui illustra, con il consueto stile criptico e naif, la propria
interiorità, facendo riferimento al mondo induista e all’esperienza della comunità di recupero, in brani come Yogini e Hey Suorina. E’ riuscito dunque a reinventarsi, sviluppando uno stile analogo a quello di Juri Camisasca nei primi anni settanta. La musica sembra dunque la terapia con cui sfuggire l’alienazione e lui ne è l’esempio vivente.
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