Vendramin: tutta colpa della fisarmonica dallo zio Ottaviano
Parla l’artista varesino pluripremiato all’estero. Una passione per la musica nata all’età di otto anni durante le vacanze estive
Il caso. A volte, per caso, nasce un amore. Per esempio quello di Davide Vendramin per la fisarmonica. Lo zio Ottaviano lo ricorda ancora, il giovane musicista. Deve a lui, in fondo, il suo successo. Lo zio Ottaviano suonava la fisarmonica come semplice hobby. E Davide trascorreva da lui, all’età di otto anni, le vacanze estive. «Mi annoiavo a morte», dice Vendramin. «Così ho iniziato perché non sapevo cosa fare. Se mio zio avesse suonato il violoncello, questo è sicuro, sarei diventato un violoncellista».
Poi le cose si sono fatte serie.
«Dallo zio mi sono fermato una sola estate: mi sono appassionato e ho cominciato con un insegnante di Besnate. Agli inizi è stato bravo, poi si è perso per strada».
Cosa è accaduto?
«Le lezioni private non sempre danno i risultati sperati: un giovane, anche se non è ancora completamente formato, sente il bisogno di seguire una propria strada. Magari su sollecitazione dell’insegnante e dietro buoni consigli. Nel 1983-84 la fisarmonica non era riconosciuta come strumento da cattedra in conservatorio; ci entra nel 1985 come corso sperimentale a Pesaro. Chi la voleva studiare era obbligato ad iscriversi a violoncello o a contrabbasso e addestrasi alla fisarmonica come materia complementare. Così mi iscrissi a Pesaro per studiare con Sergio Scappini: attualmente insegna a Milano, ma per anni si è spostato da Omegna – dove viveva – a Pesaro».
Cosa le ha lasciato Scappini?
«Umanamente era bravissimo: trovava sempre qualcosa di positivo anche quando la lezione non aveva prodotto grandi frutti. La svolta tecnica, invece, risale ai miei studi a Berna: dalla fisarmonica con i tasti (che praticavo con Scappini) passo a quella a bottoni, ideale per il repertorio contemporaneo. Theodor Anzellotti vive in Germania da quando era bambino e insegna a Berna. E’ il dedicatario del 70% delle composizioni contemporanee per fisarmonica: dalla “Sequenza” di Berio ai brani di Sciarrino. Di questi sa tutto: errori di stampa compresi. Con Anzellotti, la tecnica vince sull’umanità».
Solo musica colta?
«Non ho mai frequentato il liscio: con la fisarmonica è facile perdersi ed è difficile recuperare terreno. Ci vogliono basi solide».
Non si è mai sentito un musicista minore?
«Molte volte. Ma quando iniziai ad avvicinare la musica contemporanea, qualcosa cambiò. La fisarmonica è uno strumento che vanta possibilità tecniche invidiabili. A tal punto che rispetto ad altri musicisti ci consideriamo, noi della fisarmonica, un gradino più su».
E la musica classica?
«Trascrivo personalmente, oppure mi affido ad altri autori».
Perché lo vuole il pubblico?
«A volte, sì. Per esempio non amo particolarmente Piazzolla, però so che ha un suo seguito e quindi perché non suonarlo? Se sono fatte a regola d’arte, le trascrizioni funzionano».
Il disco galeotto?
«Le incisioni di Horowitz e la “Watermusic” di George Friedrich Haendel. Nel 1985 era raro trovare un disco di fisarmonica. E quelli in commercio presentavano trascrizioni mediocri: meglio non ascoltarli. Adoravo i pianisti perché facevano cose che potevamo fare anche noi, quelli della fisarmonica: Scarlatti, per esempio. E poi Arturo Benedetti Michelangeli e Glenn Gould. Mi innamorai del pianista canadese grazie alle trasmissioni televisive, sulla Rai, di Piero Rattalino».
Così, ci ha “provato”?
«Mi sono diplomato nel 1998, anno in cui le apparizioni della fisarmonica nei concerti erano ancora timide. Mi ritrovai senza un lavoro e così mi iscrissi al Dams di Torino e al corso di composizione a Milano. Poi ecco le prime occasioni di insegnamento: nel 2003 a Latina – per tre anni – ed ora al conservatorio di Vicenza e al Liceo Musicale di Varese».
E le orchestre?
«Ho iniziato con la Verdi, poi sono arrivati i primi ingaggi con i Pomeriggi Musicali e tutte le altre. Suonare in orchestra non è come suonare in solo: devi essere affidabile, preciso e umano. Nel senso che devi capire gli altri e non dimenticare mai che ciò che fai lo fai anche per i tuoi colleghi».
Meglio il solo o l’orchestra?
«L’uno e l’altro. Se suoni troppo con l’orchestra, però, ti stanchi perché interviene la routine; quando suoni in solo, a volte avverti la mancanza di qualcuno. Ad oggi penso di aver raggiunto un buon compromesso».
Il compositore preferito?
«Johann Sebastian Bach per la musica antica e Sofia Gubaidulina per la contemporanea».
Lei adora la Gubaidulina, vero?
«La sua scrittura non è certo facile, ma puoi suonare tutto ciò che compone. Sofia conosce tutte le possibilità espressive della fisarmonica. Per esempio: Liszt è difficile ma lo puoi suonare; Chopin è bello ma non è così comodo».
Un brano di cui non farebbe a meno?
«L’Aria dalle Variazioni Goldberg di Bach perché mi ricorda le lezioni di Rattalino su Gould».
Un autore antipatico?
«Nessuno. Alla fine tutti hanno scritto qualcosa di buono: magari un solo pezzo, ma buono».
Quante ore studia al giorno?
«Con l’insegnamento in conservatorio è difficile calcolare una media: si va dalle cinque o sei ore alle due. La fisarmonica è uno strumento che richiede grande fisicità, quindi meglio non esagerare. Però ci si deve esercitare quotidianamente e con continuità. Poi, come per tutti i musicisti, ecco l’insorgere della malattia professionale: il mal di schiena. Non esistono fisarmonicisti anziani: Scappini ha cinquant’anni, dunque dovremmo attendere qualche anno per capire come e dove intervenire».
L’Italia e la musica?
«La situazione è un poco triste. Ci sarebbero tante possibilità: bei teatri, chiese, palazzi, sale. La gente dev’essere educata, e se la educhi partecipa. La bassa qualità non aiuta».
La musica salverà il mondo?
«Diciamo che potrebbe renderci migliori. I ragazzi che studiano in Conservatorio sono più sensibili rispetto agli altri. Forse saranno loro a salvare il mondo».
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