Uno su dieci ce la fa. E chi pensa agli altri nove?
Negli ultimi dieci anni siamo diventati più poveri. Solo il dieci per cento degli italiani non è stato toccato dalla crisi. Di chi sono le responsabilità?
Uno su dieci "ce la fa". E gli altri nove? Arrancano. "Nove su dieci. Perché stiamo (quasi) tutti peggio di 10 anni fa" è il titolo di un interessante libricino edito da Laterza che in pochi mesi ha scalato le classifiche dei saggi più venduti in Italia. Autore è Mario Pianta, editorialista del Manifesto e professore di politica economica all’Università di Urbino. Lo abbiamo incontrato e intervistato, partendo proprio dal titolo del suo lavoro:
Pianta, perchè stiamo "(quasi) tutti peggio di dieci anni fa" e perché quell’inciso, "quasi"?
«Questo perché la crisi non tocca tutti allo stesso modo. Gli ultimi vent’anni ci hanno portato a una situazione dove nove italiani su dieci stanno peggio in termini reali. E a fianco di questi nove c’è un dieci per cento, e sono i più ricchi, che ha ottenuto dei benefici dalla poca crescita».
Questo dieci per cento non è stato toccato dalla crisi?
«Diciamo che ha potuto mettersi in salvo senza particolari problemi. Questo mentre i nove stanno "perdendo": i lavoratori, le donne, i giovani, i precari, gli immigrati. Un grande insieme di persone "frammentato" all’inverosimile dalla politica degli ultimi anni e dove le disuguaglianze sono diventate sempre più acute. Ai miei studenti dico sempre: siete la prima generazione che sta peggio dei propri genitori, non tanto a livello di qualità della vita quanto nella mancanza di prospettive e futuro».
A cosa è dovuto questo divario? Di chi è la responsabilità?
«Stiamo pagando il conto di due tabu che hanno segnato la nostra storia recente, ossia il fatto che non sono mai stati messi in discusisone la tassazione sulla ricchezza finanziaria e le teorie su cui veniva costruita la politica economica. Mi spiego meglio: in Italia si è arrivati a una presssione fiscale sulle rendite da attività finanziarie minima a fronte di una ricchezza che, secondo l’Istat, è la più alta d’Europa. Non vengono tassati inoltre i grandi patrimoni, si è assistito alla riduzione della progressività delle aliquote e alla cancellazione di imposte storiche come quella sulle successioni. Inutile dire che la pressione fiscale si è accanita dunque sui redditi da lavoro e di impresa. Questo è stato accompagnato all’insidacabilità dei principi di un neoliberismo che metteva l’accento sulle opportunità, sulla facile libertà di iniziativa imprenditoriale e sulle opportunità di crescita. Si è diffusa l’illusione che un mercato non regolamentato potesse funzionare da sè e sul concetto di "ognuno è imprenditore di se stesso", che molto ha contribuito a creare il consenso del centro destra ma che ha plasmato anche le politiche di buona parte del centro sinistra».
Anche le imprese, oltre alle famiglie, hanno pagato un prezzo salato. Quello di una crisi nata sui mercati finanziari che ha poi investito l’economia reale. Era secondo lei prevedibile?
«Purtroppo alcuni segnali avrebbero dovuto fare interrogare da una parte il mondo economico dall’altra la politica. Ma così non è stato. Moltre imprese hanno via via smesso di investire in tecnologia e innovazione e di conseguenza nella produttività. Hanno smesso inoltre di reinvestire gli utili in azienda privilegiando altri tipi di investimento. Oggi stiamo pagando anche le scelte di una classe imprenditoriale miope. Anche la piccola dimensione su cui è fondato il nostro tessuto economico si è rivelato un elemento di fragilità. Gli stessi distretti industriali con l’avvento della concorrenza internazionale non hanno retto il cambiamento».
La crisi nel nostro paese ha imposto anche un cambiamento nella politica. Come valuta le politiche intraprese finora dal governo tecnico del premier Mario Monti?
«Monti sta lavorando in un’ottica di transizione da post Berlusconismo. Eppure anche il suo governo non ha toccato quei tabu di cui parlavo prima. Il neo liberismo resta l’orizzonte della politica e la finanza non viene toccata. Azioni di austerità, da sole, non possono fare molto per il paese e per la crescita».
Cosa succederà dopo il 2013, i partiti politici dovranno cambiare?
«Ci sono margini di successo per i partiti che sapranno veramente mettere al centro della propria campagna elettorale le azioni contro le disuguaglianze e la mancanza di equità. Detto questo dobbiamo essere consapevoli che il "dopo Monti" sarà ancora condizionato dall’emergenza. Avranno la meglio le forze politiche che sapranno rimettere al centro i valori della Costituzione, non solo a parole ma con proposte concrete, quelli che faranno della solidarietà il proprio orizzonte, che sapranno unire anziché incentivare l’individualismo».
Mario Pianta presenterà il suo libro questa sera, martedì 12 giugno, alle 21 alla sala Filmstudio di via De Cristoforis a Varese. L’incontro è organizzato dal Sinistra ecologia e libertà. Parteciperà il professor Lelio Demichelis, sociologo e docente dell’Università dell’Insubria.
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