L’addio ad Alessandro, che ha dato la sua vita ad altri

Lacrime e silenzio al funerale del diciottenne morto precipitando alla cartiera di Cairate

In piazza prima del funerale di Alessandro Giani c’erano solo il rumore di una bicicletta che frena in piazza, di un passeggino spinto sul porfido, delle chiavi di una signora che chiude la porta di casa e scende in strada. Un silenzio irreale, si dice in questi casi. Ma non è vero: non è irreale, è il silenzio di una comunità che si raccoglie,  rispettosamente, svuotando il giorno dal clamore intorno alla morte assurda di un ragazzo.

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Dentro al silenzio c’è l’angoscia di vivere e accettare una morte piombata d’improvviso nel mezzo di una famiglia, di una comunità, di un gruppo di amici. Sulla piazza c’erano tanti cassanesi e conoscenti, dentro si sono stretti intorno ad Alessandro la famiglia, gli amici, i compagni della ciclistica di Cassano e di Fagnano e quelli di scuola, venuti con il gonfalone del Liceo di Gallarate. «In questi giorni in tanti abbiamo cercato di stare accanto a voi, di condividere la speranza, l’angoscia, il dolore» ha detto nell’omelia don Gabriele Gioia, il parroco che ha celebrato insieme a monsignor Marco Ferrari. «Siamo rimasti anche dietro di voi. Abbiamo imparato dalla vostra testimonianza di amore, di fede, di generosità».

Sono state parole sofferte, quelle di don Gabriele, perché tanti nella comunità cristiana cassanese conoscevano bene Alessandro, conoscono la sua famiglia, in tanti condividono le lacrime e il dolore che non si può superare razionalmente. «Abbiamo bisogno di una ragione, di un significato, di un progetto», da riconoscere nel messaggio cristiano, «vincere la morte e offrire noi stessi per la vita degli altri». Don Gabriele ha anche evocato il «coraggio» della parola «perdono», dentro a una tragedia nata dalla curiosità e dall’imperizia di ragazzi adolescenti: «Perdono. Sì, Alessandro, i tuoi genitori ti hanno perdonato, hanno perdonato te e i tuoi amici, per un gioco e un avventura finiti in tragedia», ha continuato il parroco, che ha chiamato tutti alla responsabilità delle proprie azioni verso se stessi e verso gli altri. Alessandro Giani funerale

La messa è stata accompagnata dai canti, attraversati – come le letture dall’Apocalisse, dalla Prima Lettera di Paolo e dal Vangelo della Passione – dal dolore ma anche dalla speranza. «Vincere la morte e offrire noi stessi per la vita degli altri»: non si trova umanamente il senso in una tragedia, ma don Gabriele ha voluto ricordare ancora che la morte di Alessandro ha dato la vita ad altre persone, per la scelta generosa della famiglia di donare gli organi. «Mi ha telefonato la mamma del ragazzo che ha ricevuto il cuore di Alessandro. Voleva ringraziare in particolare i famigliari di Alessandro e dire tutta la speranza che il dono del cuore ha aperto nella loro famiglia, ha chiesto anche a noi di pregare per lui».

Molti hanno portato un saluto alla famiglia con biglietti, rispettando la richiesta di sobrietà e partecipazione che era venuta dai suoi genitori. Alla fine è stato letto il messaggio del padre e della madre («grazie in particolare agli insegnanti e agli educatori che hanno capito il carattere di Alessandro, timido, ma sensibile e profondo »), è stata suonata la “Canzone del Melograno” di Claudio Chieffo. Sul sagrato c’era l’immagine di Alessandro in due momenti della sua vita di adolescente, con passioni e progetti: ritratto a scuola in una foto di un compagno e ritratto in sella alla sua bici, in divisa da ciclista. Sotto, le parole del “sogno di Ale”, scritte quando era in terza media:

«È questo che da sempre sogno: essere libero e andare per il mondo, visitare tutti i luoghi della terra, dalla montagna più alta alla più oscura foresta, senza usare una tecnologia avanzata, mi basterebbe una bicicletta usata per pedalare, pedalare all’infinito visto che vorrei questo come destino: un destino un po’ strano, anche vago, ma questo ho sempre sognato. Un sogno per alcuni faticoso o per altri molto curioso, tuttavia lo seguirò davvero perché è il mio sogno sincero»

Roberto Morandi
roberto.morandi@varesenews.it

Fare giornalismo vuol dire raccontare i fatti, avere il coraggio di interpretarli, a volte anche cercare nel passato le radici di ciò che viviamo. È quello che provo a fare a VareseNews.

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Pubblicato il 29 Dicembre 2015
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