Marisa bruciava nell’auto, ma la sua portiera quella notte non si aprì

Piccolomo torna in aula imputato per la morte della moglie. Il racconto del meccanico. Gli esperimenti sui fumi della benzina uscita dalla tanica

Avarie

C’era benzina nell’abitacolo, quella gelida notte di febbraio, a -4,5 sotto zero, nel prato di Caravate.

Lo ha affermato lo stesso Giuseppe Piccolomo, imputato per la morte della moglie Marisa Maldera che secondo la procura è un omicidio, e non una casualità dovuta alla sigaretta che innesca l’incendio dopo che nell’abitacolo si sprigionarono i fumi della benzina uscita da una tanica ribaltata.

Gli elementi che i testi dell’accusa hanno offerto alla Corte d’Assise di Varese, al presidente giudice Muscato e ai giudici popolari, sono fondamentalmente due durante l’udienza di oggi.

Il primo è stato offerto da Antonio Maci, il titolare dell’officina di Caravate dove l’auto venne portata a disposizione dell’autorità giudiziaria già la mattina stessa dopo i fatti.

LA MACCHINA – «Arrivai nel campo alle 8-8.30 che quasi l’auto ancora fumava – ha raccontato il meccanico -. Verso le 11 undici e mezza arrivarono i magistrati («mi ricordo di Abate», anche se in realtà le indagini erano in capo al dottor Novara, ndr) per ispezionare l’auto, che aveva tre portiere aperte: lato guida, e le due posteriori. Dalla parte del passeggero, dove sapevo che era morta la donna, la portiera non si apriva. Non si apriva facendo forza con le mani. Non si apriva nemmeno col leverino. A quel punto mi è stato ordinato di provare con un muletto, fissandogli le catene legate ad un battente dell’auto, e in quel modo la portiera si è aperta».

Forse è per questo motivo che dalle testimonianze in una delle ultime udienze prima della pausa estiva, gli operanti della Croce Rossa Italiane e il personale medico del 118 raccontarono espressamente di aver visto il cadavere della donna proteso verso la portiera del lato conducente, nell’estremo tentativo di trovare la salvezza. E forse dopo essersi accorta che dalla sua parte non poteva uscire.

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L’INCENDIO – Il secondo spunto ascoltato dai giudici ha riguardato l’esperimento di combustione di un ingegnere della direzione centrale per la prevenzione e sicurezza tecnica dei vigili del fuoco, Armando De Rosa.

L’esperto ha raccontato dei test effettuati nella cava della Colacem, a Caravate – un luogo sicuro e senza pericoli – dove sono stati simulati alcuni casi di combustione all’interno dell’abitacolo di un’auto dello stesso modello e con le stesse caratteristiche ambientali di quelle che si trovano nei primi atti di indagine.
Tre esperimenti, si diceva, fatti in due casi su di una Volvo dello stesso modello di quella in possesso di Piccolomo (una Polar), e nel terzo caso su di una Ford familiare.
Da questi esperimenti è emerso che la benzina fatta ribaltare nella parte posteriore dell’auto si innesca solo attraverso una scintilla prodotta elettricamente, e per via del contatto coi vapori prodotti da circa sette litri di combustibile versato.
Inoltre, nei casi in cui le portiere venivano lasciate chiuse, solo le alte temperature prodotte dalla combustione sviluppata all’interno dell’abitacolo dopo diversi minuti – si parla di 600-700 gradi – sono in grado di deformare la scocca e di impedirne l’apertura anche una volta raffreddato il metallo.

Nei venti-trenta secondi successivi all’inizio dell’incendio, è stato appurato che la portiera del lato passeggero, debitamente chiusa ma non bloccata, poteva aprirsi.

Facendo un passo indietro alla deposizione del meccanico, infine, la carrozzeria della vettura guidata da Piccolomo risultava «non toccata», in buone condizioni, senza ammaccature evidenti o deformazioni sintomo di ribaltamenti o impatti.

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 28 Settembre 2018
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