Piccolomo torna in aula per l’omicidio della moglie

Le figlie in Corte d’Assise per la ricostruzione dell’incidente dove la donna morì bruciata. Polizze assicurative firmate qualche mese prima dei fatti

giuseppe piccolomo

Un uomo possessivo e violento, legato ai soldi, alle donne e che “non fa niente per niente”.

A raccontare la vita di Giuseppe Piccolomo (nella foto col difensore Stefano Bruno) nel processo che lo vede imputato per la morte della moglie Marisa Maldera è stata Cinzia Piccolomo, una delle due figlie del killer delle mani mozzate che per questo delitto del 2009 sta scontando l’ergastolo.

Oggi era in aula, barba bianca, in piedi dietro alle sbarre mentre ascoltava il racconto dei testimoni chiamati dall’accusa a raccontare, a ricostruire il ménage familiare in quegli anni: è apparso tranquillo, qualche raro gesto di stizza appena abbozzato durante alcuni passaggi durante il racconto della figlia, ma niente più.

Era il 2003, nel febbraio, quando a seguito di un incidente stradale la donna, 48 anni, perse la vita. Morì carbonizzata. Tre anni dopo, il patteggiamento di Piccolomo – un anno e 4 mesi – e oggi una nuova indagine e un processo, ma per omicidio volontario: secondo la procura Giuseppe avrebbe ucciso la moglie Marisa orchestrando un incidente stradale dalle terribili conseguenze, oggi raccontate.

Infatti con molta difficoltà, e con le lacrime superate dopo i primi tentennamenti, la figlia Cinzia ha oggi risposto alle domande della pm della procura milanese Maria Grazia Omboni partita dalle prime dichiarazioni fatte già nel 2003, e che hanno svelato un contesto di violenze famigliari, tradimenti verso la moglie e molestie subite dalle figlie.

Particolare attenzione è stata posta sul contenuto del verbale reso il 10 aprile 2003 di fronte al pm Novara in merito ad alcune polizze assicurative attivate nel dicembre 2002. Assicurazioni sulla vita.

“Eravamo terrorizzate perché lui era libero, e per questo avevamo chiesto di indagare da subito”, ha spiegato la donna oggi quarantaquattrenne, esaminata anche dalla difesa, di fronte alla corte d’assise di Varese presieduta da Orazio Muscato in un inizio di processo su cui si sono accese le curiosità delle telecamere di alcune note trasmissioni di approfondimento come “Un giorno in pretura”.

Del resto lo stesso Piccolomo ha parlato nelle fasi preliminari dell’udienza, acconsentendo alle riprese televisive: “Voglio essere ripreso affinché tutto sia chiaro a chiunque”, ha detto rivolgendosi alla corte.

Nel pomeriggio l’accusa ha chiamato a deporre altri due testi: un carabiniere, il maresciallo Roberto Notturno che il giorno stesso dell’incidente stradale venne chiamato dalla procura di Varese per effettuare rilievi su una pompa di benzina con distributore automatico con impianto di sorveglianza da cui però non risultarono rifornimenti fatti con un’auto corrispondente con quella del Piccolomo (una Volvo station wagon ndr), e Tina Piccolomo, l’altra figlia dell’imputato, anche lei sentita per immergere i giudici togati e i giurati nella temperie di quei giorni.

«Ultimamente non c’era una bella situazione, si era invaghito di questa ragazza che lavava i piatti, Thali Zineb (che dopo la morte della moglie Piccolomo sposerà ndr). Ricordo un giorno in cui stava bene, era stanca, e si mise a lavare i piatti al posto suo: con nostra madre non l’aveva mai fatto»

Questa giovane aiutante presto divenne ospite di casa Piccolomo: «Avevo parlato a mia mamma degli atteggiamenti morbosi che papà aveva nei suoi confronti: era in casa già a febbraio 2003 prima di carnevale».

Anche Tina ha ricordato quel terribile giorno in cui, chiamata dai carabinieri per l’incidente, scoprì al pronto soccorso dell’ospedale di Cittiglio che la madre era morta bruciata.

«Al pronto soccorso in quel momento io e mia sorella abbiamo gridato: è statu lui. Quando litigava con mamma le diceva sempre: “Se vai avanti così ti butto addosso una tolla di benzina e ti do fuoco”. Spesso diceva frasi del tipo: “Il fuoco non lascia prove, non lascia tracce. Per questo l’omicidio perfetto esiste”».

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di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 08 giugno 2018
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