Zamberletti era il nostro Zorro

Il ricordo di Pier Fausto Vedani

camera ardente giuseppe zamberletti giorgetti maroni

Gli anni che non da molto ci siamo lasciati alle spalle saranno per sempre un riferimento storico di rilievo per la nostra città che dopo la seconda guerra mondiale, libertà democratiche conquistate, seppe dare grande spessore e continuità al suo sviluppo economico e sociale scalando le classifiche nazionali. Di questa bellissima impresa resterà memoria grazie a  varesini  di grande profilo o a cittadini che mi è sempre piaciuto chiamare “adottivi” e che da noi hanno sviluppato la capacità di essere  leader  anche nei momenti difficili.

Essere esempio, guida e bandiera in campo  politico non  è stato difficile per uomini di  molte comunità locali, ma  scalare la leadership in un Paese come il nostro è capitato a pochi, anzi a pochissimi. E  Giuseppe  Zamberletti  fa parte dei figli di Varese che compongono da noi questa élite alla quale dobbiamo forti e autentici impulsi sulla strada del progresso.

Oggi la nazione ricorda “Zorro” papà della Protezione Civile, il Friuli e l’Irpinia  in particolare,  come la tenace, intelligente guida dei soccorsi e dell’avvio di una ricostruzione incredibile per efficacia e rapidità dopo le tragedie causate dai terremoti. Oggi  questi  drammi  forse non li si vuole ricordare dopo le imbarazzanti sconfitte collezionate dalla politica  che a distanza di anni costringe ancora cittadini del Centro d’Italia a vivere da baraccati dopo che la natura matrigna ha riservato anche a loro il dramma  dei terremoti devastanti. È storia di ieri e di oggi.

L’esempio, fatto di capacità organizzativa, di sensibilità umana, di collaborazione e soprattutto di presenza continua e di rapidità dell’azione, lasciato da Zamberletti, ha permesso che tutte le sue intuizioni diventassero un modello e favorissero la costituzione della Protezione Civile, un’esemplare macchina dell’aiuto specialistico e nel contempo della solidarietà davanti a eventi contro i quali la reazione, l’intervento dell’uomo, hanno inevitabilmente dei limiti.

Tra coloro che non da oggi pensano con riconoscenza a Giuseppe Zamberletti ci sono dei superstiti di un gruppo di giornalisti e tipografi che ebbe modo di conoscerlo dopo l’inizio degli Anni 60, quando appunto egli iniziava la sua carriera politica. Favorì  questo singolare rapporto, fatto di incursioni notturne a La Prealpina dopo gli impegni istituzionali, la certezza per lui di trovarsi in un gruppo non impegnato politicamente e cresciuto nel culto del rispetto verso tutti. Dopo di che quattro risate per le valutazioni di un principe dell’umorismo come Gaspare Morgione e qualche battutaccia dei cronisti, erano vera distensione dopo ore di lavoro.

Tutta la banda prealpinica indubbiamente ebbe in simpatia Zamberletti e anche qualche altro politico  ricco di umanità. Capitò che Morgione parlando dei mezzi di propaganda ricordò quanto fossero ingessate, legate a vecchi stereotipi appunto la propaganda, la “promozione”  e la comunicazione della politica di quel tempo. Zamberletti gli chiese come le avrebbe modernizzate. Morgione acchiappò una matita e disegnò Zamberletti nei panni di Zorro che disegnava sul muro la zeta del l’amatissimo “fuorilegge” dell’America Latina. Così nacque  la leggenda dello Zorro del Parlamento ma soprattutto guida della protezione civile.

Con gli anni la carriera politica di Zamberletti conobbe il declino che è regola anche per tutto quanto di buono facciamo. La grandezza di Zorro riemerse quando, molti anni dopo, gli affidarono un incarico  per il ponte sullo Stretto  di Messina, sul quale sarebbero arrivati anche gli  immancabili nipotini dei padrini. Zorro levò le ancore in ossequio doveroso a chi il male locale molto bene lo conosceva .Un esempio  che non è stato tale per tutti, anche qui in Lombardia e di recente.

Con Morgione ho avuto incarichi  di responsabilità: entrambi politicamente laici, nel senso del distacco assoluto, ma probabilmente qualche piccolo cedimento per Zorro-Peppino (ma non ci siamo mai dati del tu) lo abbiamo avuto. Oggi nel salutarlo con sincera commozione mi accorgo di avere  mancato, non poco e di recente, nei suoi confronti, quando deluso, ma non disamorato, tutt’altro, nel vedere arenata quella che era l’ammiraglia delle città di provincia, più volte  mi sono impegnato nel ricordo di varesini, veraci o adottivi, che  hanno  collaborato  per il suo sviluppo. E mai in questa fobia per la politica, vecchia ma attuale, mi sono ricordato di una grande eccezione come  Zorro.

Gli chiedo scusa pubblicamente oggi anche rimpiangendo lui e i suoi racconti sul legame che, assieme alla famiglia, aveva con Varese. Domenichino, venerato al sacro Monte, era suo fratello.

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Pubblicato il 27 gennaio 2019
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