Quando i migranti eravamo noi, e volevano cacciarci

Concetto Vecchio ha pubblicato Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi. Un racconto sulla storia degli emigrati italiani in Svizzera e la vicenda del referendum voluto da James Schwarzenbach per cacciare centinaia di migliaia di lavoratori

Generico 2018

Tschingg era la parola usata per indicare gli immigrati italiani in Svizzera. Era un insulto razzista e spesso negli anni Sessanta e Settanta era seguito da veri e propri comportamenti razzisti e xenofobi.

Dal 1946 al 1968 espatriarono in Svizzera due milioni di italiani. Uno spaccato di emigrazione poco raccontata. Concetto Vecchio, giornalista di Repubblica, ha pubblicato da poco Cacciateli! Quando i migranti eravamo noi, Feltrinelli.

Il libro si sviluppa su due piani paralleli. Da una parte il racconto prende spunto dalla vicenda privata, intima, familiare dell’autore, dall’altra ricostruisce la storia di James Schwarzenbach, eletto nelle file di Nationale Aktion, un partito dell’ultra destra svizzera che promosse un referendum per cacciare centinaia di migliaia di lavoratori stranieri.

“In vent’anni – racconta Vecchio – la Svizzera aveva quadruplicato il prodotto interno lordo. Non c’era un disoccupato. Un rinascimento che si spiegava anche con l’immigrazione a basso costo. Nel 1957 la presenza degli stranieri rappresentava il 7,5 per cento della popolazione. Nel 1963 era schizzata al 12,4. Negli strati popolari l’arrivo di questa massa enorme di forestieri iniziò a provocare disorientamento, inquietudine, spavento”.

Insieme con il quadro storico, sociale e politico l’autore dà voce a tanti emigrati a partire da sua mamma e suo papà che lasciarono la Sicilia per la Turgovia, un cantone nella Svizzera tedesca. Un libro intenso, con una scrittura semplice e diretta, senza tanti fronzoli. Un saggio che si legge come un romanzo, appassionante dall’inizio alla fine. 

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Vecchio rimase colpito da uno straordinario film di Alexander J. Seiler, uno dei maestri del documentario europeo, Palma d’oro al Festival di Cannes, che nel 1963 girò Siamo italiani, un vero reportage sulla condizione degli emigrati. Un affresco neorealista che faceva emergere le difficoltà e le fatiche delle centinaia di migliaia di persone che avevano dovuto lasciare le proprie case, spesso in una zona d’Italia calda e con una forte socialità, per andare a lavorare in un paese straniero che parlava un’altra lingua e dove la dimensione riservata e privata veniva prima di ogni cosa. “C’era una miseria da cui fuggire e la lotta per vincerla veniva prima di tutto”.

Furono anni durissimi per chi emigrò. La reazione degli svizzeri fu contraddittoria. Da una parte avevano bisogno della manodopera straniera, e gli italiani erano una maggioranza tra questi, dall’altra iniziava a serpeggiare il fastidio e il rifiuto.

“Era una paura identitaria, – scrive Vecchio – culturale, prima che economica, ad alimentare l’insicurezza. C’è una parola che lo spiega: Entfremdung. Il panico di perdersi. Quello che il sociologo Èmile Durkheim descrive come lo smarrimento di tradizioni sociali e religiose”.

È in questo quadro che si sviluppa la storia di James Schwarzenbach, rampollo di famiglia industriale che rifiuta di entrare nelle aziende e si dedica alla cultura. Era assillato dall’inforestierimento e per questo accoglie di buon grado la candidatura del Nationale Aktion, un partito dell’ultra destra che he bisogno di una faccia pulita per condurre la propria battaglia contro gli stranieri. Una azione che culmina in un referendum che qualora passasse ridimensionerebbe la presenza dei lavoratori stranieri.

Nelle posizioni di quella forza politica c’è una parvenza di attenzione agli ultimi, ma in realtà la condizione degli emigrati era terribile soprattutto per quanto riguardava le sicurezze e le prospettive familiari. I figli non potevano vivere con i genitori che restavano precari per anni.

In questo il racconto di Vecchio è notevole perché, pur muovendosi con il rigore dello storico,  descrive meglio di qualsiasi saggio la vita delle persone. Per lui, e per il futuro della Svizzera, la vicenda del referendum è uno spaccato importante per il futuro e per capire quale fosse il clima di quell’epoca in cui gli episodi di razzismo e di violenza si allargavano via via che le posizioni xenofobe riscuotevano sempre più consensi malgrado tutte le forze politiche e sociali fossero contrari al referendum.

Schwarzenbach era un personaggio strano, a tratti complessato e condizionato da una infanzia difficile, ma aveva studiato, girato il mondo e capiva che non poteva rivolgersi solo a una nicchia della popolazione. Non era un grande oratore, ma intuiva che utilizzare un linguaggio semplice e diretto, che facesse leva sull’orgoglio identitario avrebbe aperto la possibilità di allargare l’interesse e forse i consensi. Così, a sorpresa, venne eletto nel Consiglio nazionale e il 16 dicembre 1969 prese la parola in Parlamento per pronunciare un discorso che svelava tutta la sua filosofia: “Ci accusano di andare contro l’Europa, di proporre misure che sono in contraddizione con l’idea di rafforzare l’Unione Europea. Ma siamo uno Stato sovrano che risponde ancora dell’autodeterminazione. Noi salutiamo gli sforzi di un’Europa unita, a patto che questa non si limiti a trasformare gli Stati europei in meri centri di amministrazione di un organismo centralizzato. Ogni nazione ha invece il diritto di decidere il proprio destino, il proprio futuro. Questo non è razzismo, ma ragionevolezza. La nostra iniziativa è una questione interna, pone una domanda sulla misura del numero degli stranieri che è decisiva sia per gli svizzeri che gli stranieri che resteranno qui. Questa storia dell’invasione non è un problema di oggi ma dura da dieci anni. Questi non vengono qui perché amano le nostre istituzioni o la nostra democrazia, vengono qui per il guadagno, e anche i datori di lavoro non li assumono per ragioni umanitarie, o per amore cristiano, ma per aumentare la nostra produzione”.

Da quel momento la sua ascesa appare irresistibile. Ogni comizio e uscita pubblica registrava un successo. Anche la stampa iniziò a inseguirlo facendolo diventare sempre più una star. Enzo Biagi realizzò una importante intervista in cui riusciva a mettere in evidenza le sue contraddizioni. In tanti iniziarono a preoccuparsi per il risultato di un referendum dall’esito incerto perché, a dispetto delle posizioni ufficiali dei partiti storici del sindacato, le idee di Schwarzenbach  riscuotevano successo tra i ceti popolari e la piccola borghesia. Era chiaro che una vittoria dei SI avrebbe cambiato lo sviluppo dell’intera Confederazione elvetica che aveva un bisogno enorme della presenza degli stranieri.

Si arrivò così al 7 giugno 1970 con una percentuale di votanti tra le più alte della storia della patria della democrazia diretta. Alla fine dello spoglio dei voti vincono i NO che sono il 56 per cento ed esattamente 654.844, i SI sono 557.517. La storia della Svizzera è legata a quei centomila voti di scarto.

“Prima gli Svizzeri” è uno slogan che rimanda subito alla nostra storia recente, ma Vecchio si sottrae alla tentazione di entrare nella contemporaneità. Il finale del libro è un po’ a sorpresa, ma questo non va svelato perché proprio in quelle ultime pagine si mescolano quelle due dimensioni, fatte di privato e pubblico, in cui emerge tutta la dolcezza che gli anziani possono esprimere.

Un libro da leggere per conoscere uno spaccato di storia che non è di una nicchia, sia per la grande quantità di persone coinvolte, sia per i temi universali che ogni fenomeno di migrazione porta con sé.

UNA INTERVISTA DI CONCETTO VECCHIO

Marco Giovannelli
marco@varesenews.it

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Pubblicato il 05 Settembre 2019
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