Enerxenia (ex Aspem) mi dà del te. E Adalgisa non batte più

Errori di scrittura, lettere che saltano e stravolgono il senso di una frase. Di Pier Fausto Vedani

L'asino di Bobbiate

Enerxenia – così si chiama la nostra ex Aspem – mi ha scritto per avere il mio consenso al trattamento dei miei dati che finiranno, se già non ci sono finiti in gran parte, nel calderone dei clienti utilizzatori dell’on line. Mi si chiede  confidenzialmente di essere abitante saggio, in linea cioè con la bella tradizione che ha fatto conoscere Varese come  Città  Giardino.

«Contribuisci anche te ad aiutare l’ambiente e attiva la bolletta on line» mi si raccomanda nella lettera: quel te al posto del tu è uno scivolone linguistico che spesso caratterizza la incompleta conoscenza dell’italiano da parte di molti noi lombardi. La cito non per fare prediche o richiami, ma per ricordare sviste e sfortune di giornalisti e tipografi dei tempi in cui era la stampa a dominare nel mondo dell’informazione.

Inizio con il problemino che ebbe il caro vecchio “Corriere  della sera” perché negli annunci funebri si lesse che “Adalgisa NON BATTE PIÙ”. Subbuglio e sommesse risate nella Milano bene, intervennero anche gli avvocati, si arrivò al compromesso: pubblicazione immediata e  gratuita  dell’annuncio incubo nella sua veste originale: “il nobile  cuore di / Adalgisa /  non batte più”.

Prealpina e linotipista sfortunati per un necrologio di un noto macellaio: nelle ultime righe si leggeva dell’anticipato «ringraziamento dei parenti dell’estinto ai buoi amici che avrebbero partecipato ai funerali». Gli amici buoni presenziarono alla mesta cerimonia, non si ebbe notizia di buoi.

Negli Anni 60 ci fu il primo boom tecnologico nella gestione amministrativa delle aziende: per esempio gli stipendi venivano preparati velocemente grazie a macchine perforatrici, per le quali c’era richiesta di personale da formare. Fu così che il nostro storico quotidiano cittadino uscì con una vistosa pubblicità: «Cercasi ragazze quindicenni/sedicenni da avviare alla perforazione».

Comunque un erroraccio in un contesto pubblicitario è stato di relativo richiamo rispetto all’exploit di una pubblicazione cattolica di ambito nazionale nella quale si illustrava una chiesa milanese la cui costruzione era da poco terminata. E per sottolinearne l’importanza il cronista ricordava che si trattava dell’“ultima erezione” del nostro arcivescovo prima di diventare papa. Per un paio di giorni direttore e cronisti furono introvabili per chi, molto sconcertato, chiedeva spiegazioni. E qui a Varese non solo nei giorni, ma anche negli anni seguenti  nessuno volle ricordare l’episodio a don Pasquale  Macchi, segretario di Paolo VI.

Un vero eroe di guerra ha vissuto a lungo a Varese ricoprendo ruoli importanti in settori industriali, finanziari ed editoriali ma tenendo sempre per sé, per i suoi cari e alcuni amici le sue imprese di coraggiosissimo aviatore che lo videro decorato 29 volte con la medaglia di bronzo e destinatario di parecchie citazioni. Ebbe sicuramente anche la stima degli avversari: in tutte le guerre  gli aviatori hanno sempre duellato lealmente con il nemico. E  furono all’insegna della cavalleria le battaglie aeree tra i caccia che scortavano i convogli  navali inglesi e gli aerosiluranti italiani pilotati da veri “fegatacci” che affondarono parecchie navi britanniche.

Fu una guerra nella guerra, e il nostro pilota per il suo coraggio fu  un incubo per gli avversari di cielo e di mare. Dopo anni  di una conoscenza tranquilla, legata alle rispettive professioni, la nostra partecipazione al servizio rotariano favorì un rapporto che divenne  strettissimo e importante se un giorno nella sua abitazione il mio caro amico aprì un sacchettino dal quale scivolarono sul tavolo le 29 medaglie al valore. E quando da vero “piombino” fifone gli confessai la mia avversione nei confronti di ali ed eliche fu la seconda volta che un grande dell’aeronautica con stile e parole sagge tolse dall’imbarazzo il nano ai piedi di un gigante. La prima volta mi era accaduto con l’ingegner Bazzocchi, con i suoi Aermacchi stella mondiale della progettazione aeronautica, da ottantenne invitato in Cina per  un ciclo di conferenze destinate alla formazione di giovani ingegneri del volo.

Asso nei cieli del Mediterraneo, il nostro concittadino, era riservatissimo nella vita privata, ma un giorno cedette alla tentazione dei cibi golosi, propagandata dall’avvocato Romano, grande signore della serenità e dell’allegria che caratterizzano gli  intenditori della buona tavola. L’avvocato fece conoscere a varesini scelti con cura gli Anisetiers di Francia, trapiantati da non molto nella nostra comunità. All’avvocato Romano riuscì di stanare il  nostro varesino campione di riservatezza e la nuova adesione al clan dei buongustai ebbe anche l’onore di una dettagliata cronaca nelle pagine dedicate a Varese del quotidiano Il Giorno. Per l’occasione il giornale spiegò innanzitutto che l’adesione  agli Anisetiers aveva un nome particolare, quello di intronizzazione. Il club era per i re del buon gusto, ogni socio aveva il suo trono. Per ogni nuovo ingresso nel club era dunque prevista l’intronizzazione e così era accaduto 24 ore prima. Spiegava Il Giorno che, come da collaudata tradizione, c’era stato un doppio battito di martello sulle spalle del neosocio, ma i varesini per la misteriosa scomparsa della esse iniziale lessero che ben altro che le spalle erano state il bersaglio del martello.

Fu l’inizio di un vero calvario per il mio amico: telefonate, messaggi, e anche telegrammi di amici  e conoscenti diedero vita a un vero festival del buonumore e dell’allegra ironia di chi non perde occasioni di serenità sulle spalle (occhio alla esse) degli altri, soprattutto se sono amici. Spero che i guai, vecchi, del mondo della stampa facciano sorridere l’autore che ha preferito il te al tu.

Un vero peccato essere anziano oggi: chissà quale lingua parleranno gli italiani tra mezzo secolo visti i recenti programmi di studio nelle scuole. Forse in un futuro prossimo si chiederà  la reintroduzione dell’enerxeno in attesa di un serio recupero dell’italiano. Nel quale però già oggi battere non ha più il significato originario.

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Pubblicato il 12 novembre 2019
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