L’Europa deve intervenire nella guerra commerciale tra Usa e Cina

Lucia Tajoli, professoressa di Economia internazionale al Politecnico di Milano e ricercatrice dell'Ispi, è tra i protagonisti di "Varese in prospettiva"

parlamento europeo bruxelles

Lucia Tajoli, professoressa di Economia internazionale al Politecnico di Milano e ricercatrice dell’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), interverrà a “Varese in prospettiva” il think tank della Camera di commercio per riflettere sulle prospettive future del nostro territorio in relazione alle dinamiche globali.

Professoressa, quanto può influire la guerra commerciale in atto tra Cina e Usa su una provincia come quella di Varese fortemente votata all’export?
«Bisogna tener presente che la globalizzazione può avere, e mediamente ha, effetti molto positivi, ma chi è legato all’export e ha una specializzazione legata ai mercati globali si espone a più rischi quando c’è instabilità. In uno scenario negativo se qualcuno rimpiazza la produzione di una determinata area può mettere in seria difficoltà un territorio. Chi invece ha una produzione più ampia e diversificata è meno esposto a questi rischi».

Che cosa bisogna fare per diversificare e in che direzione?
«Non è facile, ma la prima cosa è collegarsi alle realtà produttive più vicine e contare di più sulla domanda interna, nel nostro caso europea»

In termini politici, per non essere schiacciati in questa morsa che ruolo dovrebbe avere Bruxelles?
«Sono dinamiche talmente fuori dalla nostra portata, intendo regionale e nazionale, che una partita di questo livello può essere giocata solo a livello continentale. In questi anni purtroppo l’Europa è stata distratta da tante tensioni interne e ha rinunciato ad avere un suo ruolo nonostante in termini di popolazione e mercato è più grande degli Usa. Non riesce a pesare abbastanza».

Eppure nel 2009,  dopo il Trattato di Lisbona, sembrava che si fosse aperta una nuova fase politica per la Ue. Circolava la battuta che se gli Usa dovevano parlare con Bruxelles finalmente avevano un numero da chiamare. Che cosa ha interrotto quel processo?
«Tutto si è bloccato perché quelle premesse sono state poste in discussione e in coincidenza con quella situazione di cambiamenti è partita l’ondata dei sovranismi. La crisi finanziaria globale prima e la crisi europea del debito dopo hanno spinto nuovamente verso la divisione. Oggi dal punto di vista formale dei trattati siamo più avanti rispetto a dieci anni fa, ma poi i paesi hanno fatto fatica a condividere linee comuni. Infine c’è stata la Brexit. Il risultato è che nessuno a livello comunitario dice cosa bisogna fare con la Cina e gli Usa»

Negli ultimi dieci anni la Cina è cresciuta vertiginosamente e più degli Stati Uniti. Ora ha rallentato notevolmente. È positivo o negativo per la nostra economia?
«La partita tra Usa e Cina è ancora aperta anche se la crescita accelerata della Cina, soprattuto sui mercati mondiali, è finita, continuerà ma non ai livelli di prima. Lo shock c’è già stato ovviamente, ma oggi in Cina si è sviluppata una classe media e una molto ricca e il suo equilibrio interno è sempre più difficile da mantenere. Quanto sta avvenendo a Hong Kong è una spia di quella difficoltà. Adesso la Cina deve curare la domanda interna e per il resto del mondo questo significa che la pressione dell’export cinese sui mercati globali si allenterà. Una crescita più equilibrata è dunque una buona notizia».

La Varese che produce cerca una strategia per il futuro

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 21 novembre 2019
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