Il mio primo falò di Sant’Antonio

Una riflessione di chi considerava il falò di Sant'Antonio come un "semplice rogo di bancali" ma che dopo una serata passata in piazza ha cambiato idea

Il falò di sant'Antonio 2020

Ieri ho assistito per la prima volta al falò di Sant’Antonio. Devo ammettere che ero sempre stato abbastanza scettico su questa tradizione. Io -che vengo dalla città per eccellenza della Gioeubia, dove ogni fantoccio che si dà alle fiamme rappresenta qualcosa- non avevo mai ben capito troppo bene il senso di quello che consideravo semplicemente come un grande ammasso di bancali da smaltire.

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Ma ieri sera ho dovuto partecipare per forza al falò. Ero infatti la mano dietro alla diretta di VareseNews del rogo e quindi il mio punto di vista era particolarmente privilegiato: uno dei balconi che si affacciano sulla piazza. Ho passato lassù ore, guardando la piazza e quello che succedeva al suo interno.

Ho così visto le persone che minuto dopo minuto si assiepavano attorno alla pira per avere un posto in prima fila, ho vista la folla aprirsi in due ali per far passare la statua di Sant’Antonio e il corteo di fiaccole, ho visto la coreografia di giacche che si aprivano quando il calore diventava intenso e ho visto i commenti delle migliaia di persone che partecipavano all’evento da lontano, attraverso il loro cellulare. Ma queste sono tutte cose abbastanza scontate e che avrei potuto facilmente immaginare.

Quello che credo di aver visto da lassù è invece l’essenza di questa tradizione. Ho visto penne e ritagli di carta passare di mano in mano. Ho visto persone cercare di farsi largo verso le prime file brandendo in mano il proprio desiderio da affidare al Santo. Ho visto qualcuno riuscirci e qualcuno arrendersi, affidando però le proprie richieste alle mani di chi stava davanti a lui. Ho visto gli uomini e le donne dei City Angels allungarsi come Michael Jordan in Space Jam per agguantare i desideri di tutti da mettere nel fuoco.

Poi ho visto continuamente i Vigili del Fuoco fare la spola fino alla pira per affidare alle fiamme i bigliettini. Li ho visti infilare le braccia protette dalle tute ignifughe all’interno dei bancali mentre qualche collega da dietro li schizzava con le manichette e ho voluto immaginare fosse un gioco di chi tutti i giorni affronta le fiamme più paurose. Ho sentito il coro de “il pompiere paura non ne ha” che più volte si è levato dalla folla e ho immaginato i sorrisi sotto quei caschi che schermavano dal calore.

Il falò di sant'Antonio 2020

Ho visto migliaia di persone stringersi in una piazza piccolissima (sotto gli occhi attenti di forze dell’ordine e volontari). Una folla davvero enorme che però spariva quando, con carta e penna, si scriveva il proprio desiderio da affidare a Sant’Antonio. Pochi secondi nei quali tutto quello che succedeva attorno non c’era più e in cui si era soli con i propri pensieri. Un isolamento che finiva quando dalle proprie dita il bigliettino passava a qualche messaggero di Sant’Antonio e immediatamente si veniva trasportati di nuovo in quella bolgia fatta di panini, vin brûlé e frittelle.

Un momento di gigantesca riflessione, collettiva ma individuale, che non avevo mai capito fino ad oggi. Una magia resa possibile da quello che io classificavo semplicemente come un rogo di bancali e che da oggi -almeno per me- assumerà un significato diverso.

Folla alla Motta per il Falò di Sant’Antonio

di marco.corso@varesenews.it
Pubblicato il 17 gennaio 2020
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