Emilio Bortoluzzi, Aldo Macchi e Nelson Cenci. Tre assi della sanità

Di Pier Fausto Vedani

Generico 2018

C’è un sentire profondo e sincero dietro le iniziative di personalità di Velate tese a ricordare due concittadini, davvero indimenticabili, che hanno concluso il loro cammino terreno. È anche così che si costruisce la memoria, la storia di una città. Ci vengono additati due medici che hanno servito la nostra comunità in modo esemplare, cioè con amore, sensibilità , riservatezza e scienza. Il ricordo è particolarmente affettuoso, traboccante di malinconia perché Emilio Bortoluzzi (foto sopra) e Aldo Macchi hanno offerto il loro impegno all’intera città, al territorio, con importanti incarichi professionali nell’ambito dell’Ospedale di Circolo e degli studi accademici.

E in questo cammino nella memoria sono spuntati, inattesi, anche gli alpini di Varese che vogliono dedicare una strada a Nelson Cenci, loro ufficiale che salvarono con ineguagliabile fraternità durante l’infernale, storica ritirata di Russia. Cenci, al rientro in Patria, per anni fu al centro dell’attenzione nazionale come testimone, scrittore e tenace cultore della solidarietà alpina: i suoi soldati durante la ritirata di Russia non lo avevano abbandonato: ferito, in una slitta e per centinaia di chilometri, loro a piedi, mai lo avevano lasciato in quell’oceano sottozero di neve e ghiaccio. Un affetto eccezionale per il loro tenente, che con tutti si era sempre comportato come un fratello. Questo è lo stile degli alpini.

Anni dopo Nelson Cenci li volle vicini come operatori quando egli avviò una azienda di vini, oggi presente nella ristretta rosa dei re del Prosecco di Franciacorta. Ma Nelson fu seguito e amato anche da noi varesini non solo come alpino, ma come umanissimo e competente leader del nostro ospedale, specialità di otorinolaringoiatria.

Fu dunque pari ai suoi colleghi di Velate per la capacità medica e per il gigantesco cuore d’oro che caratterizzò la sua cura dei malati. Sembra che la memoria e la riconoscenza dei varesini per tre grandi umanissimi medici siano state ispirate da un regista che, collegando fronti e situazioni diversi, ha voluto ricordare uomini che hanno contribuito a fare dell’ospedale un approdo affidabile per la tutela di una città che in campo economico si è affermata in Italia, ma che da diverso tempo non ha più l‘attenzione di una politica oggi purtroppo incerta e svagata, poco competente. E addirittura fa rimpiangere i tempi in cui la salute pubblica la gestiva Roma e non le regioni. Quest’anno il professor Emilio se fosse rimasto con noi avrebbe compiuto 98 anni, tutti spesi al meglio perché il tempo che gli restava della sua giornata di medico lo dedicava con pari dedizione per esempio alla musica tanto che erano poche le note e le esecuzioni di grandi autori internazionali che egli non conoscesse. Ma non si fermava la sua attenzione culturale solo alla musica, egli seguiva pure le vicende relative a poesia e arti figurative. Come i componenti della sua grande famiglia dava spazio anche alla difesa dell’ambiente, impegno classico nel Dna dei Bortoluzzi, insuperabili amici della Città Giardino, da Bepi a Arturo e familiari tutti. Cittadini davvero degni della memoria storica varesina per quanto hanno contribuito alla nostra crescita civica e sociale, La dolcezza, l’umanità unite alla scienza medica, del carissimo, mite e silenzioso Emilio, dell’ancora più riservato Aldo, del vulcanico Nelson hanno fatto sì che continuassero i tre “veci” a essere un riferimento per i medici giovani sulla via non facile della specializzazione professionale.

Il Circolo nato non come ospedale universitario ha avuto e creato primari strepitosi, ricchi di sapere, di prudenza, di amore per il prossimo, di sensibilità che hanno fatto di Varese anche un invidiato riferimento in termini di accoglienza e cura sanitarie. E quando all’inizio degli Anni 70 con una lezione del professor Barbieri si avviarono i corsi dell’ateneo pavese non vennero mai accantonati spirito e sostanza dei maestri- non furono pochi- che avevano spezzato il pane della scienza medica a giovani esordienti in un ospedale di provincia ma modernissimo e in una struttura psichiatrica che è stata a lungo avanguardia europea. Velate e la città hanno perso tre mesi or sono e traumaticamente, Aldo Macchi un altro grandissimo silenzioso medico che era nel pieno della sua maturità di uomo e di scienziato., Non è stata diversa la sua capacità operativa da quella di Emilio Bortoluzzi e il grande odontoiatra dell’amico e collega anestesista è stato anche copia perfetta per impegno, grande spirito di sacrificio, umanità profonda, coinvolgente. Una professionalità rassicurante, altamente formatrice in qualsiasi professione, ma sempre indispensabile per quella medica.

Anche Aldo Macchi ha offerto un esempio di conoscenza, umanità e dolcezza e a sua volta ha creato un altro fondamentale anello di una catena di medici specialisti che ci è stata ed è invidiata e che nell’ambito accademico ha per di più avuto la soddisfazione della nomina a rettore dell’Insubria del professor Tagliabue, forgiatosi tra l’altro in un moderno spazio per le cure odontoiatriche aperto anni or sono proprio a Velate. Insomma Velate ricorda e onora grandi medici con parole di sincero affetto e lo fa in momenti in cui la politica impazzita dà l’assalto alla diligenza della sanità con una pianificazione che sembra escludere amore e cure per i più deboli. Riavere anche per il solo tempo del ricordo galantuomini della medicina rinnova in noi cittadini il forte desiderio di lottare perché tutta la comunità possa ritrovare negli ospedali il diritto a una assistenza totale ed esemplare. Che tra l’altro in passato fu dovuta non solo a scrupolosi amministratori, ma anche al grande cuore della Varese del lavoro e dei professionisti che, senza mai chiedere o avere nessun “ritorno”, aiutarono la nostra sanità a toccare livelli eccellenti con contributi di capacità e sensibilità personali o donazioni miliardarie.

E grazie anche agli alpini per Nelson Cenci. Il suo ricordo ci ha riportati molto indietro nel tempo. Quando lo Stato stava orgogliosamente allontanandoci tutti dalla tragedia della guerra e gli italiani conoscevano , per la prima volta dopo secoli, la primavera della democrazia. Un indimenticabile Dopoguerra, quando Roma non era matrigna per la salute pubblica come lo sono oggi le regioni.

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Pubblicato il 23 febbraio 2020
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