Fino a metà aprile ho fatto gli incubi più impensabili

Le riflessioni di Nicole: "Quando tutto questo sarà finito dovremmo avere il coraggio, noi Salvati, di voltarci indietro e fare i conti con il dolore, la memoria e i Sommersi".

Memoria covid

Se chiudo gli occhi il primo ricordo del Coronavirus che ho è la metropolitana di Milano, in un venerdì sera di fine gennaio, a pochi giorni dalle notizie che arrivavano dalla Cina. Io e il mio ragazzo, Riccardo, stavamo discutendo su quale film guardare a City Life e, all’improvviso, è arrivata la metropolitana con il vagone vuoto. La metropolitana di Milano è affollata anche a mezzanotte, strano.

“Ringraziamo il Coronavirus – ci siam detti ridendo, giovani e sprezzanti – abbiamo il vagone tutto per noi”. Una spensieratezza e una leggerezza lontanissime, ora che il solo pensiero di un normale viaggio in metro per andare in università, affollata, speso a sbracciarmi tra i vari pendolari mentre tento di leggere un libro e a esibire le mie doti di equilibrista per non cadere addosso a qualche viaggiatore, mi sembra impensabile da affrontare.

Per settimane quel virus è stato solamente un rumore di fondo della mia vita di studentessa universitaria e aspirante giornalista, con davanti a sé l’ultimo semestre di lezioni della sua vita da godersi appieno. Mi tenevo in contatto costante con la mia più vecchia amica che vive a Tokyo, dove la situazione era molto simile a quello che poi ci ha travolto: quando mi raccontava delle lunghe file in farmacia all’alba per prendere le mascherine mi sembrava tutto surreale.

Ricorderò sempre il 23 febbraio, la domenica in cui tutto ha iniziato a fermarsi: ero a Milano e nel giro di mezz’ora hanno annullato l’impegno di Filosofarti della sera e le lezioni all’università. Il resto del pomeriggio si è confuso tra le note di brani suonati al pianoforte e tra la sensazione del dono del tempo, che mi sembra sempre di non avere mai abbastanza.

La fatidica sera in cui la Lombardia è stata dichiarata zona rossa io mi trovavo ad una festa di compleanno in casa a Milano, con pochi amici, dopo un turno giornaliero in redazione con Sky tg24 acceso tutto il tempo in attesa delle notizie da Codogno e Bergamo. Stavamo mangiando la torta quando uno degli invitati ha estratto il telefono e ha visto che la Lombardia era diventata zona rossa.

Durante la quarantena il mio intero mondo si è ristretto, assumendo le dimensioni della mia camera. La didattica a distanza ha ridotto all’osso la vita universitaria e reso i professori dei fantasmi, togliendomi quello che le sta attorno e che ho sempre adorato (le mie compagne, entrare nel mio bar preferito dietro la Statale e sentirmi accogliere dalla barista con “Buongiorno gallaratese, il solito?”, i baci rubati nel chiostro dell’università). Non sono mancate le videochiamate, necessarie quanto inevitabili, anche se mi facevano sentire ancora più sola una volta concluse, sembrava tutto un’illusione.

Ho potuto continuare a lavorare per VareseNews direttamente dal mio letto, un piccolo squarcio su quello che accadeva al di fuori del mio microcosmo: sindaci al telefono preoccupati, i casi che aumentavano comune per comune, ma anche tanta solidarietà. È indelebile la chiamata con una dottoressa generica di Besnate che si era preoccupata di portare il cambio dei vestiti ad una sua paziente anziana, positiva al Covid-19 e ricoverata in ospedale, senza famigliari vicini. Scrivere mi ha aiutato a rimanere lucida: è stato il mio contatto con il mondo là fuori grazie al quale non ho mai perso la bussola.

Fino a metà aprile ho fatto gli incubi più impensabili: mi svegliavo di soprassalto e non riuscivo mai a capire che ore fossero dato che non sentivo nessun rumore delle macchine fuori, anche se erano le otto del mattino. Ero preoccupata per i miei amici, mia madre, che non ha mai smesso di lavorare, e per i miei fragili nonni – soprattutto il nonno, a Natale era stato ricoverato in ospedale per una polmonite molto forte.

Le giornate a casa con papà trascorrevano silenziose, ognuno era immerso nelle proprie preoccupazioni senza mai esprimerle. Io cercavo rifugio nello studio e trascorrevo le giornate davanti allo schermo del mio computer, tra lezioni da seguire e articoli da scrivere, intervallati dai romanzi letti in questi mesi. Poi arrivava la sera e l’inevitabile scavo interiore che questa quarantena ha imposto: si può scappare da tutto e da tutti, tranne che da sé stessi. È l’unica cosa che il virus ci abbia permesso di fare, in fin dei conti: guardarsi dentro, ascoltarsi e accettarsi. Così dovremo fare quando tutto questo sarà finito: avere il coraggio, noi Salvati, di voltarci indietro e fare i conti con il dolore, la memoria e i Sommersi.

Nicole Erbetti, Gallarate

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Pubblicato il 27 maggio 2020
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