La classe operaia non va in treno+bici
Hanno consegnato il cibo nelle case, sono il sinonimo della comodità da divano, ma i rider sono anche corpi e anime: un esercito di sottoproletari che ora dà fastidio (e di cui nessuno vuole pagare il conto)
La classe operaia non va in bici+treno: per ora lo mette nero su bianco la nota di Trenord che sospende la possibilità di caricare le bici sui treni. Colpa dei rider, si dice in sostanza, anzi piuttosto apertamente: l’azienda di trasporto – sembra di capire – lo fa per porre il problema, rinvia ai «prossimi giorni» la definizione di un certo numero di treni che saranno autorizzati.
La questione, comunque, non è proprio solo da orario ferroviario.
Perché in realtà – tra un video carico di disprezzo e problemi reali – il tema vero è quello dei lavoratori della metropoli: i rider sono il gradino più basso della catena alimentare, un esercito di sottoproletari (per lo più, italiani o stranieri che siano) e sottotutelati, che migrano ogni giorno, ogni sera dalle periferie suburbane alla grande città. Lasciano i palazzi di Bollate, le fabbriche dismesse del Saronnese e i cortili di ringhiera di Sesto San Giovanni e – solo nelle ore e per la funzione loro affidata – sono tollerati nel cuore della città, magari anche in uno dei grattacieli “in” (ricordate la polemica sulle mance dei vip? Vera o falsa che fosse la celebre lista).
Lavoratori fondamentali, dipinti un po’ anche come working class heroes nei giorni del Covid, quando – raccontano – qualche mancia in più la raccattavano, dopo aver consegnato wok e pizze ai pallidi forzati del lockdown.
Finita l’emergenza il tribunale di Milano ha fatto scattare il commissariamento di una azienda (Uber Italy), un monito forte alle responsabilità nei confronti della filiera del lavoro, che dietro le app nasconderebbe – di fatto – forme di caporalato.Chi paga il conto della gig economy, dei miracoli delle app e del cibo che arriva fino al divano? Lo pagano le loro vite, ma anche un po’ la realtà intorno: gli incidenti, i treni sovraffollati, ora pure gli altri ciclisti.
E alla fine, forse, anche la mossa forte di Trenord potrebbe sollevare il tema: il cibo sul divano – vanto della metropoli, post social entusiasti e libertà da rivendicare – ha dietro non solo algoritmi, ma corpi e metri cubi occupati, la fatica del ritorno a casa verso le periferie, l’hinterland, la provincia.
In fin dei conti, in questo, condividono il destino di tanti altri lavoratori che ogni giorno riempiono i treni per tornare a casa, ai confini della grande Milano.
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