Aretha Franklin e i capelloni
A febbraio ’71 la regina del soul entusiasmò il Fillmore West
“Facciamo sentire a quei capelloni questa signora!”: questa frase del potente Jerry Wexler, suo produttore e capo della Atlantic Records, pare iniziò il progetto delle tre sere di Aretha Franklin al Fillmore West di San Francisco a febbraio ‘71.
Effettivamente era il tempio delle grandi band della Bay Area – Jefferson, Grateful, Quicksilver… – e il discorso sulla separazione fra pubblico degli artisti di colore e di quelli bianchi era, come abbiamo già visto, molto presente. Aretha non era in tour, ed allora Wexler costruì apposta l’evento.
Innanzitutto le fece lasciare a casa la sua band e la fece accompagnare dal sassofonista King Curtis con la sua: peraltro con i concerti di supporto di quest’ultimo venne realizzato un altro, ottimo, “Live at Fillmore”. Poi le fece inserire cover, che erano la sua specialità, di brani che secondo la sua definizione erano “hippie”: Bridge over troubled water, Love the one you’re with di Steve Stills, Eleanor Rigby, la mielosa Make it with you dei Bread. Che lei interpreta alla grande, ma poi ci aggiunge Respect di Otis Redding, la sua Dr. Feelgood e, dulcis in fundo, per Spirit in the dark chiama sul palco un suo amico che era venuto a vedere il concerto: Ray Charles. Davvero c’è bisogno che aggiunga qualcosa?
Curiosità: il Fillmore West di Bill Graham chiuse definitivamente pochi mesi dopo, insieme al suo omologo della East Coast, con una serie di cinque concerti che finì in parte sul disco “Fillmore: the last days” e interamente su vari bootleg. Diventò per decenni un concessionario delle auto Honda, e solo tre anni fa riprese, con altro nome, l’attività di sala da concerti.
La rubrica 50 anni fa la musica
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