Parte il processo per i lavori alle piscine della Schiranna
I fatti contestati riguardano il periodo fra il 2014 e il 2016. In aula sentito il sindaco Davide Galimberti che fece un esposto alla Procura e alla Corte dei conti

I lavori alle piscine della Schiranna effettuati fra il 2014 e il 2016 sono al centro del processo che si è aperto oggi al Collegio di Varese dopo il rinvio a giudizio dell’allora amministratore unico di Aspem Reti Ciro Calemme accusato di “abuso d’ufficio“ e “turbata libertà di scelta del contraente“ oltre ad altri due imputati, l’imprenditore Matteo Sciretta e il tecnico Giacomo Battiston cui sono contestati il reato di “truffa” al primo e “falso”al secondo.
In aula è stato sentito il sindaco di Varese Davide Galimberti che ha risposto alle domande del pm Massimo Politi, della difese di Calemme rappresentata dall’avvocato Alberto Zanzi, e Sciretta (legale Andrea Toppi) oltre che da Marco Lacchin che nel processo rappresenta il Comune di Varese, parte civile.
La vicenda riguarda le spese ordinarie sostenute da Aspem Reti e che avrebbe dovuto invece sostenere il gestore del Lido Schiranna, e i lavori di manutenzione delle piscine che secondo la normativa dovevano essere assegnati con una gara d’appalto ma che furono divisi in più lotti ed eseguiti sempre alla stessa ditta.
Dopo l’insediamento nel giugno 2016 e ad una successiva ricognizione delle partecipate, Galimberti, con in mano una relazione del successore di Calemme in Aspem Reti, Alfonso Minonzio, fece un esposto alla Procura e alla Corte dei conti segnalando “alcune irregolarità sull’affidamento di alcuni lavori”. Da qui è partito il processo che ha visto sfilare in aula i testimoni nel corso dell’istruttoria dibattimentale.
L’escussione di Galimberti è durata più di un’ora ed è stata offerta una fotografia che parte al finire del primo decennio del 2000 con la scorporazione della municipalizzata varesina – copione simile a moltissime altre realtà a controllo pubblico – in due tronconi: la nuova società, Aspem spa, avrebbe gestito le forniture e i servizi mentre Aspem Reti si ritrovò in una formula giuridica partecipata al 100% dal Comune, e tecnicamente una società patrimoniale, che gestisce dunque beni immobili.
La piscina della Schiranna, tuttora di proprietà di palazzo Estense, nel 2009 su designazione del Consiglio Comunale venne affidata ad Aspem reti che a sua volta affidò gestione di piscine, bar e ristorante ad una società sportiva (estranea ai fatti contestati).
Il faro dell’amministrazione Galimberti ha acceso la luce sui tre anni precedenti a partire dal 2016 dopo le dimissioni di Ciro Calemme da amministratore unico di Aspem reti, e a seguito della “due diligence” realizzata dal suo successore gli incartamenti sono giunti alla magistratura anche se durante l’udienza è emerso che nel 2011 già un altro esposto venne inviato dall’amministrazione Fontana alla Procura di Varese, esposto poi archiviato.
Al netto della ricostruzione storica il punto del processo deve far luce se quella serie di fatture nell’arco del periodo sotto esame che corrisponde con la presidenza Calemme costituiscano o meno un illecito penale. La difesa dell’avvocato Zanzi ha giocato la carta dell’efficienza operativa della struttura che non sarebbe stata garantita «se Aspem avesse scelto la strada del contratto di “global service”, lavori di ammodernamento che avrebbero di fatto bloccato l’attività delle piscine per anni, anche in concomitanza con importanti eventi sportivi».
Una posizione fra le righe non condivisa dallo stesso Alfonso Minonzio, attuale amministratore unico della municipalizzata il quale ha spiegato, nel rispondere al pubblico ministero Massimo Politi che alla base della relazione oggetto di esposto in Procura nel 2017 vi era una situazione in cui una serie di interventi sulla struttura sono risultati essere «frazionati» e realizzati in assenza «di un progetto unitario e di una precisa analisi di adeguamento dell’intera struttura».
Inoltre, sempre secondo la testimonianza di Minonzio, «nelle fatture mancavano le specifiche degli interventi eseguiti ed erano prive di documentazione fotografica attestante i lavori realizzati».
Nel processo ha fatto irruzione a un certo punto anche l’ombra delle relazioni fra politica e gestione delle municipalizzate.
In aula è stata difatti sentita anche l’unica dipendente rimasta in Aspem Reti, Ilaria Azzimonti, che ricopriva un importante ruolo amministrativo nella società pubblica.
Azzimonti, incalzata dalle domande della parte civile ha spiegato di essere «fra le fondatrici dell’associazione “Agorà Liberi e Forti“ di cui faceva parte Ciro Calemme» e un altro protagonista della vita giudiziaria di questi anni ritenuto dominus del sistema di potere che gravita attorno ad affari e politica e non solo in provincia di Varese: Nino Caianiello, solo nominalmente citato fra gli aderenti all’associazione, estraneo al processo di Varese.
Azzimonti ha ammesso in aula di essere stata demansionata dalle sue funzioni in Aspem Reti, anche se esclude che questo sia dipeso dalla sua militanza politica nell’associazione, «piuttosto la nuova gestione voleva tenermi allo scuro delle decisioni che intendeva prendere».
Sul procedimento infine pende una riserva che dovrà sciogliere il Collegio legata alla richiesta di proscioglimento di Calemme dal reato di abuso d’ufficio in merito alla recente riforma parziale della disciplina di questo illecito: sul punto verrà presa una decisione nelle prossime udienze.
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