Edoardo Manzardo, tenore varesino di 25 anni: “Anche io sogno la Scala, intanto lavoro per pagarmi il Conservatorio”

La difficile vita di un giovane innamorato della musica tra spettacoli mal pagati e “secondo lavoro“ ai tavoli dei bar. Una testimonianza all’indomani della proclamazione del canto lirico italiano come patrimonio dell’Umanità

Generico 04 Dec 2023

«Mi chiedono: “Che lavoro fai?”. Io rispondo che canto, che sono un tenore. La seconda domanda è sempre la stessa: “Si ma nella vita, in concreto, cosa fai?”. Sempre uguale».
Ma la vita di Edoardo Manzardo, 25 anni, tenore di Avigno, Varese, è il canto. Quella lirica orecchiata fin da bambino. I compagni di classe che pensavano a Cannavaro, Zidane o Cristiano Ronaldo mentre lui, il suo mito, l’aveva già ben stampato in testa: si chiamava Luciano Pavarottti.

Edoardo questa sera sarà davanti alla tv per il Don Carlo di Giuseppe Verdi, sarà lì col pensiero e con gli occhi, ma sopratutto avrà le orecchie alla Scala, sognando un giorno di poter interpretare egli stesso un ruolo in una grande prima, da tenore affermato. La vita per un giovane che ama la musica e sceglie di farne una professione è però dura.

«Gli spettacoli non bastano per pagarmi gli studi al Conservatorio dove frequento il terzo anno. Vivo coi miei, cerco di stare attento con le spese, ma devo cercare mantenermi arrotondando come cameriere, negli anni passati ho lavorato anche nel settore delle pulizie». È fin troppo facile immaginare Edoardo che ripassa la Manon di Massenet, o, tanto per rimanere in tema scaligero, il Rigoletto mentre serve i caffè a clienti distratti e immersi nei loro pensieri: nella sua testa invece rimbombano musiche e arie, tonalità, magari i colori si scena, gli umori delle quinte.

«Eppure è così. Certo sembra strano, con i tempi che corrono, che un ragazzo giovane abbia pensato di intraprendere la carriera di cantante lirico, tenore più precisamente, ma è stata per ma davvero un’illuminazione non sulla via di Damasco ma su via etere, in televisione, nel 2006 a 8 anni quando vidi l’ultima apparizione di Pavarotti che cantava divinamente, e apriva le braccia con questo tabarro nero sulle spalle che mi colpì a tal punto da farmi diventare un minuscolo melomane». Continua Edoaardo: «Cominciai così a frequentare il Teatro alla Scala, ad ascoltar dischi, uno via l’altro e, dulcis in fundo, a scoprire una voce da tenore che cominciò prima come imitazione di Pavarotti, poi più tardi si concretizzò in una voce più corposa con lo studio più profondo e professionale».

E qui comincia il sacrificio, quello vero. «Anni di sofferenza, studi matti e disperatissimi, umiliazioni. Per non parlare poi del fatto che per farsi pagare delle somme minimamente accettabili per i concertini bisogna lottare dopo – tra l’altro – , aver speso soldi e grandi energie per lo studio e la preparazione».

Edoardo insiste, vuole fare questo nella vita: «Cerco di mandare via tutti i giorni, 5-6 mail a teatri. Fino ad aprile ho cose da fare con una certa cadenza, poi chissà. Nel settore che ha anche a che fare con enti pubblici, amministrazioni locali, si fa molta fatica. Per esempio per proporsi ai Comuni, per spettacoli o eventi, si deve avere sempre alle spalle un’associazione, che “garantisca” per te. Cosa che col privato non accade. Il privato si accerta del merito del musicista, ed eventualmente si appoggia a degli sponsor. Quindi, alla fine della fiera, sono più le spese che il guadagno col pubblico». Tutto questo all’indomani della proclamazione del canto lirico italiano come elemento del patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco (proclamazione avvenuta per acclamazione in occasione della riunione dei paesi membri del Comitato in Botswana): una data da ricordare e che lascia ben sperare per un futuro fatto non solo di sogni, per chi ci crede.

Quindi, Edoardo, è pronto per la Prima della Scala? «Certo. È un appuntamento che da 18 anni non mi perdo mai!».

Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 07 Dicembre 2023
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