L’arte migliora il mondo. Il patto tra Confindustria Varese e museo Maga

Una vera e propria chiamata alle arti. Un patto siglato in nome della bellezza che tutto rigenera e trasforma. A sancirlo Emma Zanella, direttrice del museo, e Roberto Grassi, presidente degli industriali

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Ricordiamo bene questa data: 28 febbraio 2024. E ricordiamo bene anche il luogo: Museo Maga di Gallarate. In quel giorno e in quel luogo è avvenuta una cosa che verrà ricordata come: “La chiamata alle arti”, ovvero un patto siglato tra Confindustria Varese e uno dei più importanti musei d’arte contemporanea italiani, il Maga, appunto.
Un patto siglato in nome della bellezza che tutto rigenera e trasforma. A sancirlo, nella sala degli Arazzi “Ottavio Missoni”, Emma Zanella, direttrice del museo, e Roberto Grassi, presidente di Confindustria Varese. A darne testimonianza tanti imprenditori, esperti d’arte, il sindaco e l’assessore alla Cultura di Gallarate e semplici cittadini.

La storia è piena di imprenditori collezionisti, amanti dell’arte e del bello, che in nome di questo amore hanno investito soldi e tempo. Ma per mettere in moto la potenza generativa della bellezza non basta custodire l’arte, bisogna condividerla, metterla in rete.

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Adriano Olivetti lo aveva capito per primo molti anni fa. E le ragioni delle sue scelte erano etiche e spirituali, ancor prima che tecniche e di convenienza, che pur ci sono. Il visionario d’Ivrea partiva dalla considerazione che l’uomo è un ricercatore di senso e pertanto circondarsi di bellezza in ogni sua forma è un bisogno primario.

Ha ragione Roberto Grassi, presidente degli industriali varesini, a dire che in fondo il Made in Italy, così apprezzato nel mondo, altro non è che il frutto dell’introiezione della bellezza artistica che l’Italia ha saputo generare nella sua storia millenaria. E ne è così convinto, da avere inserito questo bisogno nel quinto pilastro del piano strategico #Varese 2050, affermando l’esigenza di una prospettiva nuova nel mondo dell’impresa, non più verticale e specialistica, ma orizzontale e aperta. In termini di organizzazione questo significa «creare ambienti incentrati sulle persone, offrire diversità e maggiore sostenibilità sociale».

Per farlo bisogna abbattere le barriere e contaminarsi. Una strategia che Emma Zannella ha messo in atto da tempo al Maga, a partire dalla collaborazione con la Fondazione Missoni fino a quella con Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi. Un’operazione quest’ultima in grado, come ha spiegato Maurizio Baruffi, responsabile delle relazioni esterne di Sea, di trasformare l’aeroporto di Malpensa da non luogo per definizione a postazione d’arte, espressione di un’identità condivisa con milioni di viaggiatori provenienti da tutto il mondo.

E poi ci sono, altrettanto importanti, anche motivazioni di convenienza a portare l’arte nei luoghi di lavoro, negli ospedali e nei luoghi pubblici. Una spinta gentile ben evidenziata dagli ospiti intervistati da Francesco Moneta, fondatore di  The Round Table sas e presidente del comitato “Cultura + impresa”.
Il mecenatismo in Italia gode di agevolazioni fiscali importanti. Lucia Steri, di Ales spa, ha spiegato che dal 2014, cioè dall’entrata in vigore del cosiddetto “Art bonus”, fino a oggi, le erogazioni liberali nei confronti di enti pubblici che detengono beni culturali, fondazioni pubblicistiche e organismi di spettacoli dal vivo, sfiorano i 900 milioni di euro. Soldi donati da 38mila mecenati, così distribuiti: 23mila persone fisiche, 5000 fondazioni e 9000 imprese.
Un risultato generato, come ha sottolineato il commercialista Davide Trotti, dalla semplificazione normativa e dalla convenienza, in quanto la donazione prevede un credito d’imposta da usare in compensazione.

C’è però una motivazione ancora più importante e riguarda gli effetti benefici che l’arte sprigiona nei confronti dell’uomo che quotidianamente condivide lo stesso spazio. Emblematico il caso dell’ospedale Humanitas di Bergamo che nel 2018 ha deciso di portare in maxi formato a tutta parete venticinque dettagli di capolavori della Pinacoteca Accademia Carrara. «Tutto è iniziato con un paziente speciale – ha raccontato Massimo Castoldi, direttore sanitario Humanitas Gavazzeni – una tavola del Mantegna che aveva bisogno di una Tac in vista di un restauro. L’intuizione del nostro amministratore delegato ha fatto il resto».

Aspettando nelle sale d’attesa o camminando nei corridoi dei due ospedali Humanitas a Bergamo, malati e ospedalieri possono godere della compagnia di immagini d’arte che vanno dal Rinascimento all’Ottocento. I tutor delle opere d’arte sono gli stessi dipendenti dell’ospedale.
A partire dal 2020, quei frammenti di paesaggio, di volti e di occhi, impressi sulle pareti dell’ospedale, hanno preso voce grazie al progetto “Opere in parole” con i lavori di undici autori della cultura italiana, tra cui Michela Murgia, Lella Costa e Bruno Bozzetto, che hanno scritto racconti, ricette, spartiti musicali e fumetti, ispirandosi ai dipinti.
Così in pieno Covid è nato il progetto “La cura e la bellezza”: «Più che di resilienza, è stata una prova di antifragilità» sottolinea Castoldi.

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

Pubblicato il 29 Febbraio 2024
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