La corsa che passa due volte
Quando il tempo decide di restituirti un’ora, e forse anche una possibilità. Un racconto per la notte del cambio dell'ora
Alle tre di questa notte la vita farà un piccolo miracolo di orologeria collettiva: le lancette torneranno indietro di un’ora, e le tre diventeranno di nuovo le due.
I telefoni si aggiorneranno da soli, gli orologi di cucina un po’ meno.
E i bus notturni rifaranno il giro, le stesse fermate, lo stesso autista, la stessa città.
Come se il tempo, per una volta, avesse voglia di concedersi il bis.
Proprio allora, all’aeroporto di Fiumicino, Maria Granger, 49 anni, atterra da Buenos Aires.
Alle spalle ha una vita piena: due figli ormai grandi, un matrimonio finito con rispetto, una carriera fotografica che si è spenta lentamente, come un rullino lasciato a metà.
È venuta a Roma senza un motivo preciso. “Da qualche parte bisogna pur rinascere”, ha sorriso al finanziere. Non sa che stanotte il tempo cambierà orario.
E questo, forse, la salverà.
Sulla linea n13, diretta verso il centro, Maria sale distratta.
Fuori piove, la città luccica di riflessi.
Davanti a lei un uomo tiene in braccio un clarinetto e prova poche note, appena un soffio.
Por una cabeza, riconosce. Un tango che sa di partenze e ritorni.
Sorride. Pensa che il destino, a volte, abbia un certo senso dell’umorismo.
Poi accade qualcosa.
L’autobus si ferma più a lungo del solito. Le luci tremano.
L’autista scende, ne sale un altro con lo stesso giubbotto arancione.
Sul display lampeggiano le 2:59, poi 2:00.
Il tempo si riavvolge.
E il clarinettista, che fino a quel momento era solo un passeggero, le porge la mano.
«Non è un concerto», dice. «È un invito».
Scendono.
La pioggia ha lucidato i sampietrini, Roma sembra appena nata.
Lui suona piano, lei scatta una foto, una sola, al loro riflesso dentro una pozzanghera che vibra a tempo.
Un autobus identico passa di nuovo. Stesso numero di linea, stesso autista, stesse facce dietro i vetri.
Solo che dentro non c’è lei.
È rimasta fuori, per la prima volta dopo anni, nel punto esatto in cui la vita fa una curva.
Il clarinettista smette di suonare.
«A volte basta un’ora che ritorna», dice.
Poi saluta e scompare, come qualcuno che quella strada l’abbia già percorsa due volte.
La mattina dopo, in camera, Maria accende la macchina fotografica.
Cerca lo scatto della pozzanghera, la nota riflessa, la prova che tutto è successo davvero.
Trova un fotogramma vuoto, grigio, come il silenzio dopo una musica.
Sorride. Non tutte le gioie devono essere salvate, mostrate, postate.
Alcune vanno semplicemente vissute fino in fondo, finché restano calde dentro.
Le basta questo, più di qualunque immagine perfetta.
Forse qualcosa di simile era accaduto anche in un’altra notte lontana, in Palestina, quando un’ora invisibile aveva cambiato per sempre il tempo del mondo.
Anche allora nessuno lo fotografò.
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cade la gravità
quando ti respiro
piume le ciglia
quando mi guardi
sospeso l’atomo
nello spazio
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