La disciplina è un progetto: come vivere meglio insieme, tutti

Riflessione di Giuseppe Geneletti su un concetto dal senso molto vario attraverso le esperienze internazionali: disciplina

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Entra. Sembra di casa e non saluta. Si siede sulla poltrona per il taglio, invece che sul divanetto nell’area attesa. Poi parte quella che sembra una suoneria di telefono. Sono voci e musica. No, non è una suoneria: è un programma in televisione. Litigano. Si sente forte in tutto il locale, forse è ipoudente. Nessuno fiata. Solo sguardi increduli. Un comune intorno al lago di Varese, dal parrucchiere.

Ho vissuto, subìto, questa scena e mi sono domandato cosa porta le persone a seguire le norme di comportamento, oppure no.

In Svizzera, tra i residenti senza passaporto svizzero, gli italiani sono la comunità più numerosa (circa 347.000 a fine 2024), davanti ai tedeschi (circa 332.000).
Ne conosco una cui faccio una piccola intervista famigliare.

Cosa succede a questi italiani? Si “svizzerano”?
Sì. Molti immigrati, italiani e no, in Svizzera finiscono per ‘svizzerarsi’ non per magia culturale, ma perché in un sistema dove le regole sono chiare e i servizi funzionano, rispettarle diventa la scelta più naturale.

E se non lo fanno cosa succede?
Se di notte schiamazzi. Un vicino chiama la polizia, che arriva e ti prendi una sanzione di alcune centinaia di franchi. Se lo fai ancora la multa può salire, in alcuni cantoni, fino a 10 mila franchi. Allora, impari in fretta e smetti di farlo.

Ma come è possibile?
Assumiamo sempre che la maggior parte delle persone voglia infrangere le regole scritte o di patto sociale implicito. Ma non è così. A parte alcuni casi, la gente vuole rispettarle ma devono essere chiare, poche e con conseguenze chiare per tutti. Non è che gli italiani o gli stranieri cambino DNA quando arrivano in Svizzera. Ma puntualità, silenzio/convivenza, raccolta rifiuti, rispetto delle procedure, diventano la nuova cultura perché la gente si rende conto che così si vive meglio insieme, tutti. In Italia, spesso le regole non sono chiare, in alcuni posti è come se non esistessero proprio, valgono per alcuni e non per altri, “amici di amici”, cambiano continuamente, non sono fatte rispettare, né in famiglia né nella società … è ovvio che rispettarle non diventi la prassi.

Ma non c’è solo il modello Svizzera. La cronaca internazionale recente ci aiuta a capire la complessità del tema.

A Singapore, dal 30 dicembre 2025 entrano in vigore norme più dure contro le frodi: per alcune figure legate alle frodi è prevista la fustigazione obbligatoria (= punizione con colpi di canna), con un intervallo di colpi che arriva fino a 24.

A Tokyo, nel quartiere di Shibuya, la disciplina prende la forma delle micro-regole urbane: più multe per chi sporca, obblighi per i negozi di dotarsi di cestini, divieti e restrizioni per gestire folla e alcol nella notte di Capodanno.

In Germania, il Paese che, nell’immaginario comune, associa la disciplina a puntualità e precisione, la notizia simbolica è quasi l’opposto della punizione: è manutenzione. Sulla “Riedbahn”, la tratta tra Francoforte e Mannheim, dopo una chiusura totale e un rifacimento profondo dell’infrastruttura, Deutsche Bahn ha comunicato un salto di puntualità dei treni regionali nel confronto anno su anno. Adesso sono puntuali all’81%, rispetto al 59% del novembre 2023. L’idea è semplice e insieme radicale. Non chiedere alle persone di “essere disciplinate” nel caos, ma ridurre il caos di sistema, perché il rispetto delle regole torni ad avere senso.

Negli Stati Uniti, tra il 12 e il 15 dicembre 2025, quattro persone sono morte mentre erano detenute in custodia dell’ICE; secondo Reuters il totale annuo arriva ad almeno 30 decessi, il livello più alto dal 2004, in un contesto di detenzioni record (circa 66.000 persone a fine novembre).

In Finlandia, Miss Finland ha perso il titolo dopo la diffusione di una foto ritenuta offensiva (gesto “occhi a mandorla” e didascalia riferita a una persona cinese), con reazioni anche fuori dall’Europa; la vicenda è diventata caso politico quando alcuni esponenti del Finns Party hanno pubblicato immagini simili e il Primo Ministro è intervenuto con scuse pubbliche. La runner-up Tara Lehtonen è stata nominata nuova Miss Finland.

Se metto in fila questi episodi, capisco che “disciplina” non è una sola cosa. È una famiglia di idee che oscillano tra due poli: apprendimento e coercizione. Non a caso l’etimologia è meno severa di come la usiamo oggi. “Disciplina” viene dal latino disciplina: istruzione, educazione, formazione.

Sta nella stessa famiglia di discere (imparare) e discipulus (allievo). All’inizio non c’era il manganello: c’era il banco, il gesto ripetuto, il corpo che impara. Solo dopo, con monasteri, eserciti, burocrazie, la parola si è caricata di norma, controllo, obbedienza.

Da qui si capisce anche perché alcune culture sembrano “più disciplinate” di altre: perché non stanno parlando della stessa disciplina. C’è una disciplina come valore morale collettivo: in Giappone la regola non è solo scritta, è un modo di non ferire l’aria comune. La puntualità non è un feticcio: è un rispetto. Il silenzio non è vuoto: è spazio lasciato. Poi, quando la pressione cresce (turismo, folle, rifiuti), quelle regole non scritte diventano scritte: ordinanze, divieti, multe. È come se una società dicesse: “questa cosa la sappiamo già, ma adesso dobbiamo proteggerla”.

C’è una disciplina come affidabilità del sistema: l’idea tedesca, più che moralistica, è contrattuale.
Io rispetto la regola perché il sistema mi restituisce qualcosa: servizi, chiarezza dei ruoli, prevedibilità. Quando il sistema non regge, cantieri, guasti, ritardi, la disciplina non si predica: si ripara. È un patto di manutenzione, prima ancora che di obbedienza.

C’è una disciplina come fiducia: l’immaginario nordico (Finlandia) funziona spesso così. Le persone tengono il comportamento “in asse” perché c’è un costo sociale invisibile nel romperlo: non tanto la sanzione, quanto lo strappo nel patto di convivenza. Non è sempre dolce, basta una vicenda simbolica a far esplodere una reazione pubblica durissima, ma è rivelatore: in una cultura della fiducia, la reputazione è una legge.

E poi c’è la disciplina come deterrenza e come apparato: Singapore e Stati Uniti, per ragioni diversissime, mostrano l’altra faccia della medaglia. Qui la disciplina diventa la forma che lo Stato dà alla paura: la pena esemplare, la detenzione, la macchina che contiene e detiene. Non è necessariamente “male” in astratto, la società ha bisogno di regole e di difese, ma il confine è delicato: quando l’ordine non è più un bene condiviso, la disciplina smette di essere educazione e diventa repressione.

Sono casi rilevanti per il nostro Paese? Torniamo al caso Svizzera e alla nostra intervista.

Credi che il caso Svizzera sia rilevante per l’Italia e sia utile a capire cosa e come fare per arrivare a una cultura diversa?
Da ingegnera te la direi così: la Svizzera è rilevante per l’Italia perché mostra che la “cultura” non è un prerequisito immutabile, è spesso un risultato di progettazione del sistema. Molti italiani in Svizzera “si svizzerano” perché entrano in un contesto dove le regole sono poche, leggibili e coerenti; i servizi rendono possibile rispettarle; le conseguenze sono credibili; e c’è un feedback sociale immediato. In pratica: cambiando i vincoli del “progetto”, cambiano i comportamenti.
Ma c’è un pezzo in più, decisivo per l’Italia: la Svizzera non funziona solo perché è “rigida”, funziona perché è modulare e locale. Molte regole di convivenza e di ordine pubblico non sono astratte e uguali per tutti: vengono adattate a livello cantonale e comunale, cioè dove il contesto è osservabile e le soluzioni possono essere tarate sul terreno. Questo è esattamente il punto che ci serve, perché l’Italia è un sistema molto differenziato tra Nord, Centro e Sud. Anche Saronno non è Luino. Spesso falliamo quando proviamo a imporre la stessa soluzione con la stessa intensità ovunque.

Se vogliamo trarre una conclusione parziale potremmo dire che la direzione non è “centralizzare di più” né “fare sermoni sul senso civico”. È progettare una architettura a due livelli: pochi principi nazionali chiari (standard minimi, diritti/obblighi, indicatori), e poi strumenti comunali o di area metropolitana per declinarli: orari, gestione degli spazi pubblici, rumore, rifiuti, mobilità, controlli.

Con la stessa logica dell’ingegneria dei sistemi: standard dove serve interoperabilità, adattamento dove serve efficacia. Così la disciplina diventa un patto credibile: io rispetto le regole perché sono comprensibili, applicabili nel mio contesto e perché vedo che il sistema restituisce ordine e equità.

Quando quel patto regge, la disciplina smette di essere “imposizione” e diventa cultura. E finiamo con la parrucchiera sul lago. Perché quella scena, piccola, quasi banale, è una radiografia perfetta. L’uomo che entra, alza il volume, occupa un posto che non è suo, non sta violando una legge: sta facendo qualcosa di più sottile. Sta misurando la tenuta del patto. E la stanza, con quel silenzio che non è consenso ma imbarazzo, sta dicendo: “non abbiamo strumenti, non abbiamo lingua, non sappiamo come correggere senza ferire”.

Forse la disciplina torna qui alla sua origine migliore: non punire, ma insegnare. Dare forma.

Allenare con gentilezza la convivenza. Non serve l’onda alta: serve la marea giusta. Non serve “fare la guerra” alle cattive maniere: serve rendere naturale la cosa semplice, la cosa minima, abbassare il volume, spostarsi dal posto degli altri, ricordarsi che una stanza è un bene comune, e che in una terra piccola e interconnessa non siamo mai soli.

Ecco perché la disciplina non è (solo) obbedienza. È coerenza. È la scelta quotidiana di stare dentro un perimetro che non imprigiona, ma libera.

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Frequenza

non trovo il canale

e mi perdo.

sento il fruscio della radio,

è il mio.

alzo il volume,

peggio.

apro le finestre: altri suoni.

mi tolgo i vestiti,

perché?

arriva una nuvola,

c’è dentro una lettera.

scende una piuma,

mi pettina piano,

calma, da dentro.

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Pubblicato il 21 Dicembre 2025
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