L’informazione è inutile senza discernimento
Dalle false catene WhatsApp sulla sicurezza locale ai segnali ignorati dell’intelligence sull’Ucraina, fino ai dilemmi etici di OpenAI: nel diluvio di dati che caratterizza il nostro tempo, il vero paradosso non è la carenza di notizie, ma l’incapacità di trasformarle in decisioni tempestive
Qualche giorno fa mi arriva una notifica sullo smartphone, in una chat di gruppo. Un vocale. Qualcuno lo presenta come “un messaggio della Questura di Varese”: una voce concitata invita a farlo girare subito, perché sarebbe in corso una vasta operazione di truffe e bisogna mettere in guardia la popolazione. Nel giro di pochi minuti la chat si riempie di “grazie”, di cuori, di “lo inoltro”. E mi immagino, fuori da lì, il gesto automatico: condividi, condividi, condividi.
Io invece ho un dubbio. Mi confronto con la redazione di VareseNews: i colleghi più esperti mi dicono che è molto improbabile, per non dire impossibile, che un’autorità comunichi così, con un vocale da catena, affidandosi a canali informali. Chiedo allora meglio a chi me lo ha mandato. La risposta è onesta e tipica di questi tempi: non arrivava “dalla Questura”, ma da persone che ruotano intorno a quelle realtà e che, in buona fede, volevano avvisare.
La truffa, probabilmente, era anche vera. Ma il punto non era quello. Il punto era il canale. Perché una notizia vera con una fonte “travestita” diventa una cosa fragile: amplifica l’allarme, abbassa la qualità dell’informazione, e ci abitua all’idea che le istituzioni parlino per scorciatoie. E quando il mondo si riempie di scorciatoie, capire a chi credere diventa il problema principale.
Ci siamo raccontati per anni una favola comoda: più dati uguale più sicurezza. Più tecnologia uguale più prevenzione. Poi arriva la realtà e ci fa lo sgambetto: vediamo (quasi) tutto, ma spesso non riusciamo a fare nulla. Il paradosso del nostro secolo non è la mancanza di informazioni. È l’incapacità di trasformarle in azione prima che sia tardi. Due storie, molto diverse, si parlano in silenzio. Una riguarda l’intelligenza artificiale; l’altra riguarda lo spionaggio “classico”. In mezzo ci siamo noi: esseri umani che devono decidere a cosa credere, quando, e con quali conseguenze.
Caso 1. L’intelligenza artificiale che “aveva visto”, ma non ha parlato
Nel caso di Tumbler Ridge, in una zona remota della British Columbia, Jesse Van Rootselaar, diciottenne, ha aperto il fuoco in una scuola: ha ucciso otto persone e poi è morto per una ferita da arma da fuoco auto-inferta.
OpenAI, l’azienda che ha sviluppato chatGPT, ha dichiarato che mesi prima aveva individuato la sua utenza grazie ai propri sistemi di individuazione degli abusi, perché collegata ad attività violente. Valutò se avvisare la Polizia del Canada, ma concluse che in quel momento non c’erano elementi sufficienti per una segnalazione alle forze dell’ordine, in particolare perché non risultava un rischio “imminente e credibile” di gravi danni a terzi. Per questo motivo ha escluso l’utenza dall’uso del servizio nel giugno 2025. Dopo la strage, l’azienda ha contattato la Polizia fornendo informazioni utili all’indagine.
Qui non serve demonizzare nessuno per cogliere il punto: l’informazione c’era, ma era incastrata in un dilemma umano e organizzativo. Quanto dev’essere concreta una minaccia per trasformare un sospetto in un’azione esterna? E chi paga il costo dell’errore: se segnali troppo, rischi di colpire innocenti e di distruggere fiducia; se segnali troppo poco, rischi di arrivare dopo. La saggezza popolare lombarda, con una brutalità gentile, questo corto circuito lo chiude in una riga: “Scapá ul purscèl, al será sü ul stabièl”. Il porcello è scappato, e solo allora chiudiamo il porcile.

Caso 2. Le informazioni riservate che “avevano ragione”, ma non sono state credute
L’altra storia ribalta lo scenario: non è l’informazione a restare chiusa in casa, è il destinatario a non volerla aprire. Nel lungo racconto del Guardian dedicato a come CIA e servizi britannici abbiano ricostruito in anticipo i piani di Mosca, si descrive un lavoro paziente e quasi “da romanzo di spionaggio”, fatto di fonti riservate, intercettazioni, lettura di segnali politici e militari, e conferme incrociate. Nei mesi che precedono il 24 febbraio 2022, il quadro che ne esce è sempre più nitido: la Russia non sta solo facendo pressione ai confini, ma si sta preparando a un’invasione su larga scala dell’Ucraina, con direzioni d’attacco e obiettivi che, secondo l’articolo, risultano sorprendentemente coerenti con ciò che poi accadrà.
Una parte centrale della storia è il tentativo, insolito per quel mondo, di farsi credere “prima”: gli Stati Uniti e il Regno Unito scelgono di condividere analisi e avvertimenti con alleati e governi partner e, in alcuni casi, di rendere pubbliche informazioni selezionate, proprio per togliere spazio alle smentite e alla propaganda e per spingere l’Europa a prepararsi. Eppure, racconta l’articolo, molti in Europa restano scettici o prudenti fino all’ultimo. Pesa la memoria delle informazioni sbagliate o controverse usate per giustificare la guerra in Iraq nel 2003; pesa l’idea che un’invasione totale sarebbe stata “illogica” e quindi improbabile; pesa, soprattutto, una resistenza umana difficilissima da ammettere: accettare un disastro enorme prima di vederlo significa cambiare piani, economie, diplomazie, vite. Così, anche davanti a segnali che per gli analisti risultano allarmanti e convergenti, spesso vince l’interpretazione che costa meno nel presente: quella che rassicura, rimanda, attenua. Fonte: The Guardian.
In un caso il segnale resta dentro, nell’altro rimbalza fuori. Ma il guasto è identico: il tempo. La stessa frattura, in due direzioni. Eccoci al punto che unisce le due storie. Nel caso OpenAI, il segnale c’è, ma la decisione resta bloccata da soglie, responsabilità, timori di errore. Nel caso Ucraina, il segnale c’è, viene anche condiviso, ma non viene creduto abbastanza in tempo.
La nostra epoca è piena di radar, ma povera di bussola. Un tempo, quando le informazioni viaggiavano lente e rare, la comunità provava a compensare con una tecnologia diversa: la sapienza distillata. I proverbi erano questo: “algoritmi umani” compressi in poche parole, allenati da generazioni. Non ti davano “tutti i dati”, ma ti davano un criterio.
Oggi siamo all’opposto: abbiamo troppe versioni dei fatti, troppe fonti, troppe notifiche, troppe ricostruzioni, e per questo diventa più facile non decidere. O decidere seguendo chi urla più forte, chi polarizza meglio, chi semplifica con più cinismo. Come dice un altro proverbio: “Chell ch’al vusa püssé, a vaca a l’é sua”, chi grida più forte si prende la vacca. E oggi, nel mercato dell’attenzione, la vacca è la nostra testa.
Il bisogno di una nuova “sapienza”. La tesi è semplice, quasi scomoda. OpenAI aveva l’informazione, ma non ha trovato, o non ha ritenuto di avere, le condizioni per trasformarla in azione preventiva verso l’esterno. Molti governi avevano le informazioni riservate, ma non le hanno accolte come vere abbastanza presto, perché era più facile pensare che non potesse accadere, o che fosse “sceneggiatura”. Nell’era delle notizie false e dei dilemmi dell’intelligenza artificiale, non ci serve solo più informazione. Ci serve più giudizio: una disciplina umana che tenga insieme prudenza e coraggio, dubbio e responsabilità.
Quindi che cosa facciamo? Questo corto circuito non vive solo nelle stanze dei servizi o nei reparti legali delle grandi aziende: vive anche nella nostra vita quotidiana.
Quando arriva una notizia che ci spaventa, la prima tentazione è condividerla “per avvisare”. Ma spesso è solo rumore che si moltiplica. Fermarsi un attimo, verificare, aspettare una conferma: è già un gesto di sicurezza collettiva. Quando una fonte ci dice qualcosa che non ci piace, una diagnosi, un bilancio familiare, una scelta difficile, la tentazione è fare finta di nulla: “non può essere vero”. E invece è proprio lì che serve la sapienza: credere al vero in tempo, non al comodo. Quando qualcuno urla, semplifica, indica un colpevole unico per problemi complessi, ci sta offrendo una carezza alla paura. Ma la paura, in politica come sui social, è un carburante sporco.
Forse la nuova alfabetizzazione di cui abbiamo bisogno non è solo digitale. È interiore: riconoscere quando stiamo scambiando il “tanto” per il “vero”, il “veloce” per il “giusto”, il “rumore” per la realtà. E allora i proverbi, che sembravano roba da nonni, tornano modernissimi: non perché contengano la verità, ma perché ci ricordano il mestiere più raro di tutti. Saper scegliere a cosa credere. E cosa fare, di conseguenza. Perché il rischio, oggi, non è solo essere disinformati. È essere informati e immobili. E a forza di restare immobili, il porcile lo chiudiamo sempre dopo.
Mi sono appuntato una frase di una persona saggia da tenere in tasca: “L’informazione è inutile senza discernimento”.
Date, dati, bit.
Se un oggetto non ha una replica digitale
è incompleto.
Il soggetto invece si alimenta di mancanza,
di scarti, errori, infiniti.
Il magnete tecnico vuole estirparmi la vita.
Come resistere, dov’è la mia tana?
Nel dolore, nell’assenza di pace interiore,
si libera il mio desiderio d’altro,
di trovare me stesso.
Voglio la polvere, l’oblio, l’ozio, le stelle.
voglio sbagliare, vergognarmi e chiedere perdono.
Voglio vibrare nell’ombra della mia anima e
tramontare con il sole.
Voglio stare nello spazio che non esiste
dove l’uno si divide con lo zero
a far miracoli;
tra il non è giusto e il
ce la possiamo fare.
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