“La Via Francigena è in salute e cresce, ma serve più visione”
Lunedì 9 marzo a Materia si parlerà della Via Francigena e della Fiera Fa' la cosa giusta. Intervista a Luca Bruschi, direttore dell’Associazione Europea delle Vie Francigene
Negli ultimi anni la Via Francigena ha vissuto una nuova stagione di crescita. Aumentano i pellegrini, cresce l’interesse internazionale e Roma torna a essere una meta sempre più frequentata. Ma accanto ai risultati positivi restano alcune sfide strutturali: manutenzione dei percorsi, accoglienza e una strategia nazionale più chiara sui cammini. Ne parliamo con Luca Bruschi, direttore dell’Associazione Europea delle Vie Francigene, che da oltre vent’anni segue da vicino lo sviluppo dell’itinerario che collega il Nord Europa alla Città Eterna.
Come sta andando oggi la Via Francigena?
«Molto bene, direi. Dal nostro osservatorio i segnali sono decisamente positivi. Le credenziali distribuite direttamente dalla nostra associazione lo scorso anno sono cresciute di circa il 30%. Naturalmente bisogna considerare che non siamo gli unici a distribuirle, quindi il numero reale dei pellegrini è più alto. Un altro elemento da ricordare è che circa un terzo dei pellegrini utilizza la stessa credenziale per più anni, quindi le cifre non coincidono perfettamente con il numero effettivo delle persone in cammino. Detto questo, possiamo dire che siamo arrivati attorno ai 20 mila pellegrini, superando finalmente i livelli del 2019. C’è stato sicuramente anche un piccolo effetto Giubileo, soprattutto nel tratto finale. Negli ultimi mesi, da Viterbo verso Roma, la presenza di camminatori è stata davvero notevole.»

Roma sta diventando sempre più centrale nel percorso?
«Assolutamente sì. Per la prima volta da quando monitoriamo i dati, il tratto laziale ha superato quello toscano in termini di presenze. In passato molte persone percorrevano la Francigena in Toscana senza arrivare fino alla capitale. Oggi invece la meta finale esercita un’attrazione molto forte. Gli ultimi cento chilometri verso Roma stanno vivendo un vero e proprio boom. A questo si aggiunge un altro elemento importante: l’accoglienza ai pellegrini organizzata dalla Fabbrica di San Pietro in Vaticano. Negli ultimi anni è stato attivato un presidio stabile che ha dato ulteriore visibilità al cammino. I numeri lo dimostrano: nel 2023 sono stati accolti circa 12 mila pellegrini con il Testimonium, mentre l’anno precedente erano poco più di 5 mila.»
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Che tipo di pubblico percorre oggi la Francigena?
«Il dato più interessante è il livello di internazionalizzazione. Oggi più della metà dei pellegrini non è italiana. Dopo gli italiani, la nazionalità più rappresentata è quella americana. Seguono inglesi, tedeschi, olandesi, francesi e australiani. Siamo ancora molto lontani dai numeri del Cammino di Santiago, naturalmente, ma la crescita è costante e il pubblico internazionale è quello che sta facendo davvero la differenza.»
Quali sono oggi i segmenti della Francigena più percorsi?
«I tratti che funzionano meglio sono quelli che portano progressivamente verso la meta finale. In particolare Lucca–Siena e Siena–Viterbo restano tra i più frequentati. Negli ultimi tempi è cresciuto molto anche il segmento Siena–Roma. In generale il tratto più strutturato, quello che va dal Passo del Gran San Bernardo fino alla capitale, è ormai ben organizzato. Un dato interessante riguarda l’accoglienza: su 45 tappe del tratto nord, 43 offrono ospitalità a donativo o sotto i 20 euro. Non è un aspetto scontato e spesso non viene raccontato abbastanza.»

Restano ancora dei problemi lungo il percorso?
«Sì, soprattutto sul fronte della manutenzione. In Italia spesso la gestione dei tratti dipende dalle amministrazioni locali e questo crea una certa discontinuità. Ci sono situazioni temporanee, come lavori infrastrutturali lungo la Via Emilia, oppure problemi legati alla vegetazione o alla segnaletica. Anche l’ingresso a Roma, nella zona dell’Insugherata, a volte presenta criticità. Non sono problemi insormontabili, ma serve una manutenzione ordinaria costante, che purtroppo non è ancora garantita ovunque.»
Negli ultimi anni stanno esplodendo i cammini brevi, di tre o cinque giorni. Questo fenomeno incide sulla Francigena?
«Solo in parte. Per il pubblico internazionale cambia poco: chi arriva dagli Stati Uniti, dall’Australia o dal Giappone non viene per un weekend. In media resta tre settimane o anche un mese. Il fenomeno riguarda soprattutto gli italiani, che spesso hanno poco tempo a disposizione e scelgono itinerari più brevi. Per questo stiamo lavorando a una nuova modalità di racconto del percorso, valorizzando le diverse regioni attraversate dalla Francigena e proponendo tratti percorribili in cinque o sette giorni».
Come funzionerà questa nuova organizzazione?
«Stiamo progettando una rete di sette hub principali lungo il percorso italiano. L’idea è offrire punti di partenza facilmente raggiungibili in treno da cui percorrere sezioni di cammino di una settimana circa.
Gli hub saranno:
- Ivrea
- Pavia
- Fidenza
- Lucca
- Siena
- Viterbo
- Roma
In ciascun hub verrà rilasciato anche un testimonium laico, una certificazione del tratto percorso. Oltre al valore simbolico per i pellegrini, ci permetterà anche di monitorare meglio i flussi.»

Qual è la soddisfazione più grande nel tuo lavoro?
«Per me è come vedere crescere un figlio. Quando sono arrivato in associazione, più di vent’anni fa, ero uno stagista e la rete era ancora tutta italiana. Oggi siamo 17 persone che lavorano stabilmente e la dimensione è diventata davvero europea. Dialoghiamo con ministeri e istituzioni internazionali, cosa che quindici anni fa sarebbe stata impensabile. La soddisfazione più grande è vedere crescere la reputazione internazionale della Francigena e il senso di appartenenza tra territori diversi: quattro Paesi più il Vaticano che condividono lo stesso grande itinerario culturale.»
Cosa manca ancora alla Francigena?
«Soprattutto una visione più chiara sugli investimenti. Se guardiamo all’esempio del Cammino di Santiago, la Xunta de Galicia investe ogni anno oltre 23 milioni di euro in un piano strategico dedicato esclusivamente al cammino. Solo per l’ospitalità pubblica vengono destinati circa 7 milioni di euro l’anno. Questo ha permesso di costruire una rete di 75 ostelli pubblici, con personale stabile e servizi garantiti ai pellegrini. In Italia facciamo ancora fatica a capire che l’accoglienza e la manutenzione sono infrastrutture essenziali. Non servono grandi hotel: bastano ostelli semplici, ben gestiti e accessibili.»
Qual è quindi la priorità per il futuro?
«Continuare a investire sull’accoglienza diffusa e sulla manutenzione del percorso. Sono interventi relativamente poco costosi ma fondamentali per la qualità dell’esperienza dei pellegrini. La Via Francigena ha un potenziale enorme, sia dal punto di vista culturale sia turistico. I camminatori stanno arrivando. Ora dobbiamo fare in modo che trovino un sistema all’altezza del percorso che stanno scegliendo.»
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